Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/300

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294 libro quarto

     La donna, ch’era allor allor comprensa
nell’adulterio e menata nel tempio,
benignamente da te fu defensa;
     dove, alto mio Signor, mi désti esempio
140che sol del peccator voglia l’emenda,
e chi altro ne vuol, è crudo ed empio,
     e quel, che egli fa, nullo riprenda;
ch’altru’ accusando, quel se stesso pugne,
quand’egli avvien che ’n quel medesmo offenda.
     145Tu giá facesti e fai che ancor si ugne
il core a’ regi, perch’e’ sien benegni,
e ’l re dell’api fai che non trapugne;
     in questo esempio, mio Signor, m’insegni
che sieno i grandi grati e mansueti,
150e che non sian superbi in li lor regni.—
     E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti,
Parcitá cominciò sua cantilena,
poiché Clemenzia ebbe i suoi detti quieti.
     — Beato— disse— è l’uom che si raffrena
155e pone a quella voglia la mesura,
che sempre brama e mai diventa piena.
     Beato quello che non sforza o fura
per piú avere e non prende l’affanno,
sempre sudante d’infinita cura;
     160ma, com’ Fabrizio nel povero scanno,
del poco e con vertú piú si contenta
che di piú posseder con froda e inganno.
     Ma piú felice è l’uomo, il qual diventa
perfetto sí, che tutto il disio taglia,
165e di ricchezza ha ogni voglia spenta,
     e che ’l piú e ’l meno non cura una paglia,
e che niente alla Fortuna chiede,
quando losinga e quando dá battaglia.
     Colui di tutto il mondo è ricco erede,
170che, avendo o non avendo, piú non vuole;
ché, quanto uom non desia, tanto possede.—
     Qui finí ’l canto ed anco le parole.