Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/325

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capitolo ix 319

     100Allor Prudenza a me la man distese
dicendo:— Va’, quello è mastro Gentile
del loco onde tu se’, del tuo paese.
     La sperienza e lo ’ngegno sottile,
ch’ebbe nell’arte della medicina,
105e ciò che egli scrisse in bello stile,
     demostra questa luce e sua dottrina.—
Allor mi mossi ed andai verso lui,
quando mi disse:— Va’— quella regina.
     — O patriota mio, splendor, per cui
110e gloria e fama acquista el mio Folegno
— diss’io a lui, quando appresso gli fui—
     qual grazia o qual destin m’ha fatto degno,
che io te veggia? Oh, quanto mi diletta
ch’io t’ho trovato in cosí nobil regno!—
     115Come fa alcun che ritornare affretta,
che tronca l’altrui dire e lo suo spaccia,
cosí fec’egli alla parola detta,
     e ’l collo poi mi strinse colle braccia,
dicendo:— S’io son lieto ch’io ti veggio,
120el mostra il lampeggiar della mia faccia.
     E son venuto dal celeste seggio
qui per vederti ed anche a demostrarte
della filosofia l’alto colleggio.
     Colui, che vedi in la suprema parte,
125è Aristotel, l’agnol di natura:
egli è che aperse la scienzia e l’arte,
     tanto che chi al ver vuol poner cura,
nullo, in quanto uomo, pescò tanto al fondo,
quanto fec’egli, e volò sí in altura.
     130Alberto Magno è dopo lui ’l secondo:
egli supplí li membri e ’l vestimento
alla filosofia in questo mondo.
     Il gran Platone è l’altro, che sta attento,
mirando al cielo, e sta a lui a lato
135Averois, che fece il gran comento.