Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/393

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capitolo xxii 387

     E, poscia che ogni sfera ebbi veduta
140e l’anime salvate e i Serafini,
de’ quai narrare appien la lingua è muta,
     tra le lor vaghe rime e soavi ini,
tra l’allegrezze e modulosi canti,
tra dolci suoni e piú vari tintíni,
     145la scorta mia mi fe’ salir sí avanti,
che io pervenni a quel supremo regno,
ove piú splende Dio e li suoi santi.
     — O sommo Ben— diss’io,— a cui io vegno,
benché sia verme e vilissima polve,
150non mi scacciare e non mi aver a sdegno.
     Risguarda al peccator, ch’a te si volve;
e, s’è rimaso in lui anco alcun rio,
sola la tua piatá è che l’absolve.—
     Quando questo ebbi detto, io vidi Dio
155e chiar conobbi ch’era il sommo Bene,
il qual contentar può ogni disio;
     e che era il primo prince, da cui viene
ogni verace effetto, e sua potenza
ha fatto tutto, e solo egli el mantiene.
     160La sua grandezza e sua alta eccellenza
sol egli la comprende e tanto abonda,
che nulla mente n’ha piena scienza.
     Chi piú a contemplarlo si profonda
nel mar di Dio, e chi piú addentro beve,
165ancora si ritrova in su la sponda.
     E, perché ’l corpo l’anima fa grieve,
non molto stetti, che, pel suo comando,
in terra fui posato lieve lieve.
     Cogli occhi lacrimosi e sospirando,
170io mi ricordo di quei lochi adorni;
e ’l volto alzando al cielo, i’ dico:— Oh quando
     será, mio Dio, il dí che a te retorni!