Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/55

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capitolo ix 49

     Ma per le vie tant’aspere e perverse
con lei andai insino alla pianura,
ove Lippea di be’ fior mi coperse.
     E ratto corsi a legger la scrittura,
140la quale avea scolpita su nel sasso,
quand’ella fece la partenza dura.
     Ella dicea: «Perduto ho il bello spasso,
ch’io avea, vedendo te, o dolce drudo:
partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso.
     145Troppo Cupido a me è stato crudo:
egli, ch’io non ti veggia, t’ha nascoso,
e di te m’ha ferito a petto nudo.
     Fátti con Dio, o mio primaio sposo
ed ultimo anco: oimè, che non ho spene
150di rivederti mai, né aver riposo!
     Ché quel reame, che Iunon si tiene,
è alto tanto e posto sí lontano,
che mai nessun mortal tanto su vene».
     Letto ch’io ebbi quel tra me pian piano,
155volsi alla driada il lacrimoso volto,
il qual io mi percossi con la mano,
     dicendo:— Il mio conforto chi l’ha tolto?
Or dove se’, Lippea ninfa mia?
O dolce amore, in quanto duol se’ vòlto!
     160Driada, dimmi se c’è modo o via
o che io la giunga, o s’egli c’è speranza
ch’io venga ove Iunone ha signoria.
     — Il correr delle ninfe ogni altro avanza
— rispose quella;— e ’l regno di dea Iuno
165è tanto ad alto ed ha sí gran distanza,
     che non vi puote andar mortale alcuno.—
Cosí mi disse e poi si mosse a corsa,
d’ogni sperar lasciandomi digiuno,
     e se n’andò correndo piú che un’orsa.