Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/215

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capo terzo 209


vuol provare che l’alzamento è di tutti «il piú ingiusto, sproporzionato e gravoso tributo». Lo dimostra dicendo «che in un alzamento colui, che ha censi perpetui e rendite in moneta fisse, ne perde una gran parte: minor perdita è quella di chi ha dato in affitto, perché, finito il tempo, egli lo cambierá: niuna ne sente chi tiene l’affitto, anzi v’ha guadagno, vendendo a prezzo maggiore». Quindi conclude: «E si può immaginar sussidio peggiore di quello, che è pagato solo da un terzo de’ sudditi, e da altri per cinque o sei anni, da altri per sempre?». Se l’altre molte opere non acquistassero a sí virtuoso uomo la stima ch’ei merita, questo raziocinio potria mostrarci ch’ei non sapesse qual tributo sia ingiusto. Dovendosi in un luogo edificar le mura da’ cittadini, sarebbe giusto o ingiusto esentar dall’opra le vergini, i bambini, i vecchi e gl’infermi, e farne portar il peso a un terzo solo degli abitanti? È giusto quel dazio, che cade non sopra tutti egualmente, ma sulle spalle piú forti. Or le persone, che hanno censi e rendite fisse, sono gli antichi signori, i luoghi pii ricchissimi e le opulenti chiese e monasteri: né si pagano censi enfiteutici a’ contadini. Coloro, che danno in affitto, sono non solo i comodi, ma i poltroni e neghittosi, tanto piú degni di pagare, quanto, senza accrescere le ricchezze dello Stato, consumano non solo le proprie, ma le straniere ancora. Né bisogna stare a chiamare in soccorso e a spaurirci colle tenere voci d’«orfani», «vedove», «vergini» e «pupilli», poiché questi sono pochi assai. Il vero orfano, il vero povero è il contadino industrioso, l’artigiano, il marinaro e il mercatante. Di costoro s’ha da aver compassione, ed essi sono quelli, che, essendo soliti pigliare in affitto, guadagnano nell’alzamento.

Così è caduto in errore un uomo d’ingegno grande ed acutissimo, trattovi dalle querele e dall’aspetto miserabile della Francia a’ suoi dì e dall’impetuosa voglia, ch’egli avea d’apporre sempre alla fine de’ suoi discorsi quelle voci venerabili: «Quod erat demonstrandum». Voci, che, essendo state da’ matematici consecrate alla veritá, dovrebbe esser vietato che altri in scienze inculte ancora ed ignote, abusandosene, le profanasse.