Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/76

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70 libro primo


poteasi da’ raggi del sole sciogliere e diminuire, distruggere e vetrificare. Nelle Memorie del 1702 e del 1707 si potran leggere a lungo tutte le dispute ed osservazioni su questo maraviglioso fatto, che a molti, ancorché vero, pareva affatto incredibile.

Or con queste nuove forze, delle quali ancora non è perfezionato l’uso, quel che si possa pervenire a fare, è ignoto ancora. Ma quello, che potea esser noto fin dal principio e non si è voluto conoscere, egli è il vizio del fine istesso dell’alchimia. Il suo fine non è giá convertire il ferro in oro, ma l’oro in ferro: fine pernizioso e diretto unicamente ad impoverirci. Io dico cosí, per far sentire quell’inganno, che è il piú universale e frequente nelle menti umane ed il meno perseguitato. Quando si pone uno stato di cose diverso da quello in cui si vive, bisogna convertir le idee dello stato presente ed appropriarle al supposto che si fa e a quello stato. Allorché oggi noi diciamo «oro», ci suona nell’orecchio un non so che d’opulenza, di dovizia, insomma di desiderabile e buono. Quando diciamo «ferro», pensiamo subito a cosa vile e disprezzata. E certamente nello stato presente non c’inganniamo. Ma, se tutto il ferro, che uno vuole, si può cambiare in oro vero e perfetto, allora, dicendo «oro», si risveglierá l’idea secondaria istessa, che viene quando oggi si dice «ferro». Né la bellezza dell’oro alla volgaritá di lui resistendo, potria sostenerne la stima; perché il cristallo, il quale è certamente bello sopra ogni altra cosa, perché egli è un genere che, oltre a quello che nelle rupi si scava, si sa fare con l’arte, non vale piú di quel che la sua poca raritá richiede ch’ei vaglia. Dunque, sgombrando l’inganno delle parole, l’alchimia non promette altro che impoverirci, cioè rapire dal numero delle cose rare, e perciò preziose, l’oro e l’argento: il che se ella facesse anche delle gemme, ci spoglierebbe affatto d’ogni mezzo da ostentare la potenza e da adornare la bellezza. Né il consumo dell’oro si accrescerebbe: ma anzi, divenendo bassissimo il suo valore, il lusso non lo ricercherebbe piú; e il naturale si staria ascoso nelle sue vene, l’artificiale nel suo ferro. Né questo danno