Pagina:Galileo e l'Inquisizione.djvu/6

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Queste medesime e non infondate speranze lo inducevano a prendere quel lavoro massimo, intrapreso negli anni felici di Padova, già annunziato al Keplero, promesso anche nel Sidercus Nuncius, più volte sospeso ma non mai abbandonato, nel quale con i sussidi della nuova astronomia e di tutte insieme le scienze naturali, la incontestabilità della dottrina del moto della terra doveva essere con tutta evidenza dimostrata. E quelle speranze dovevano ragionevolmente divenire certezza quasi assoluta, dopochè ebbe risaputo come al Campanella, il quale riferiva al nuovo Pontefice che la proibizione del libro del Copernico era stata di ostacolo alla conversione di certi gentiluomini tedeschi protestanti, Urbano VIII avesse risposto queste formali parole: «Non fu mai nostra intenzione; e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto.»

Con più ardore che mai dedicossi egli allora al compimento del suo lavoro, dal quale ormai nulla può distrarlo: e siccome, per quanto egli creda di poter fare assegnamento e sulle buone intenzioni del nuovo Papa e sul favore del quale gode presso di lui, pure quel fatale decreto è uscito e quella tremenda e precisa ingiunzione gli è stata fatta, e per conseguenza le sue scritture non potrebbero mai ottenere la necessaria approvazione per la stampa qualora vi sostenesse apertamente la condannata dottrina, così egli è costretto a torturare il proprio ingegno ed a sottoporsi al tormento di esporre come mera ipotesi quella che sentiva essere assoluta verità. Ottenuta o, per meglio dire, carpita con potenti mediazioni l’approvazione alla stampa, dopo accettate tutte le imposte varianti, compresa pur quella fortunatissima del titolo, e pubblicato il Dialogo, troppo chiare apparvero a tutti le vere intenzioni dell’Autore. E poichè la disgraziata conclusione dell’opera poneva in bocca all’interlocutore che avea sempre accampate opposizioni per lo più inconcludenti e vuote sottigliezze scolastiche, un argomento che a Galileo era stato suggerito dal Pontefice stesso, fu facil cosa persuadere al vanitoso e fierissimo Urbano VIII che in quel ridicolo personaggio il temerario Autore aveva voluto raffigurare lui medesimo; e tanto bastò perchè da amico e protettore gli si mutasse a un tratto in nemico implacabile e s’inducesse a credere che quel libro «era più esecrando e pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di Calvino e di Lutero.» Le raccomandazioni del Granduca e gli uffici dell’ambasciatore toscano valsero