Pagina:Galileo e l'Inquisizione.djvu/5

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l’ammonizione era stata inflitta, leggeva il decreto di proibizione dell’opera del Copernico e d’altra professante la stessa dottrina, donec corrigantur.

Tornato a Firenze e ritiratosi di lì a poco sulle colline di Bellosguardo, Galileo parve tutto assorto negli studi per applicare le ecclissi dei Pianeti Medicei alla determinazione delle longitudini in mare e nella questione col Grassi intorno alle comete; questione che diede origine a quel gioiello insuperabile di scrittura polemica che è il Saggiatore, arditamente dedicato dai Lincei al nuovo Papa Urbano VIII[1], che da Cardinale era stato del nostro filosofo grandissimo ammiratore e laudatore in prosa e in verso.

Al desiderio vivissimo che Galileo provava di recarsi ad inchinare l’antico mecenate salito al soglio pontificio, specialmente dopo aver saputo quanto gli si conservava benevolo, si aggiunsero per indurvelo le sollecitazioni degli amici e in particolare della prediletta sua Suor Maria Celeste, e sopra ogni altra cosa la decisa volontà di non lasciar fuggire una tanta occasione senza tentare qualche passo in favore della libertà della dottrina copernicana. Festosamente accolto, nel corso di circa sei settimane, durante le quali egli rimase nella città eterna, ebbe ben sei udienze dal Pontefice, ne ricevette in dono un quadro, indulgenze, medaglie, agnusdei, un breve onorevolissimo e promesse di pensione; ma, quanto alla opinione del Copernico, in risposta ai timori cattolici di lui circa i pericoli che avrebbe corsi la fede, qualora la condannata dottrina risultasse essere la verità istessa, non ottenne se non la sola espressa dichiarazione «che non era da temere che alcuno fosse mai per dimostrarla necessariamente vera.»

Se tuttavia potè dirsi fallito il precipuo scopo di questo viaggio, convien credere che Galileo, il quale non di rado si illudeva in tutto ciò che grandemente gli stava a cuore, n’avesse ritratta la convinzione che il decreto proibitivo non sarebbe stato mantenuto in tutto il suo rigore; e perciò, poco dopo tornato da Roma, si fece animo a rispondere a Francesco Ingoli[2], il quale otto anni prima avevagli indirizzata una confutazione del sistema copernicano: e nella sua illusione dovette maggiormente confermarlo il sapere che la sua risposta, fatta correre manoscritta, era stata letta e gustata dallo stesso Pontefice.