Pagina:Garibaldi e Medici.djvu/36

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Fossati, creatosi colonnello, con altri ufficiali del medesimo stampo e ignoti alla pluralità de’ soldati. L’ala destra, destinata a proteggere la già progettata ritirata in Isvizzera, venne dal Generale affidata a due volontari da lui conosciuti allo Stelvio nei mesi in cui egli vi stette a guardia, per ordine del Governo Provvisorio di Lombardia.

La mattina del 4 fu scoperto sulle alture circostanti un grosso battaglione di Cacciatori Tirolesi, comandati da ufficiali pure armati di carabina, che avevano occupato quelle alture dietro suggerimento e guida di due felloni, guardie di Finanza, chiamati Pensa e Meloni. Dopo un’ora di fuoco sostenuto dai tiragliatori disposti in catena, gli Austriaci suonarono la carica e piombarono numerosi e compatti sui Volontari. Fatte rispondere poche fucilate al bersagliare dei Tirolesi, il generale D’Apice coperto dall’ala destra si salvò a stento, riparando sul Territorio Svizzero, seguito da pochi uomini. Il resto della sperperata colonna, disarmato ai confini dalle truppe Elvetiche, venne dalle medesime scortato a Lugano.

Tale fu l’esito di quest’altro isolato tentativo, fatale al suo audace iniziatore, l’ostiere Andrea Brenta, che, quantunque padre di 9 teneri figli, arrestato con altri suoi compagni nel dì di Pasqua del 1849 in un’osteria di Casarco, fu passato per le armi, il 14 aprile, sul piano della Camerlata ad esempio e spauracchio delle già intimidite popolazioni.

Il terzo manipolo capitanato dal prode ingegnere Daverio, nativo di Varese, non ebbe sorte migliore1.

Spiccatosi da Locarno sullo scorcio d’ottobre, dopo essersi impossessato per sorpresa di un battello a vapore, ancorato davanti al paese, fece rotta per Luino, dove sbarcò i

  1. L’Ingegnere Daverio raggiunse poi subito Garibaldi a Roma, dopochè vi fu proclamata la Repubblica nel 1849. Eletto suo aiutante, fece prodigi di valore il 30 aprile contro l’invadente orda francese, nonchè nella susseguente battaglia contro i Napoletani, battuti ed inseguiti fino a Velletri. Il 3 giugno (giornata che tornò così fatale alle armi italiane, strette d’assedio dalle truppe francesi), ferito nell’assalto dato al Casino dei Quattro Venti, stramazzò da cavallo, rimanendo cadavere all’istante. Ne fu dolentissima la sua Varese, che ne apprezzava degnamente le belle doti d’ingegno e di cuore.