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35 ARCHESTRATO 36

ca che non fosse un pesce così grosso quanto la pelamide del Mediterraneo, giacchè vuole che l’amia s’involgesse nelle foglie di fico, e si mettesse sotto la cenere calda. Si potrebbe credere che l’amia fosse stato lo scomber scombrus, in Siciliano scurmu, se e Aristotele ed Archestrato non distinguessero l’amia dallo sgombro parlandone l’uno e l’altro separatamente. Il certo è che per i caratteri riferiti da Aristotile l’amia è del genere de’ sgombri; ma per la maniera con cui Archestrato la vuole preparata, non può appartenere se non ad una specie di piccolo sgombro.

(33) Aten. lib. 7, cap. 8, pag. 285.

L’afia, secondo il valor della parola, vuol dire, che non è nata, ed ella ritiene presso di noi ancora lo stesso nome nunnata, e presso i Genovesi, come dice Rondelet, il nome di nonnadi. La migliore era quella chiamata spuma, secondo che dice Aristotele ed Archestrato. Ma Aristotele distingue quella d’Atene dall’altra di Falero, mentre, secondo Archestrato, sono della medesima qualità. Se ne distinguevano presso gli antichi tante altre specie, che si teneano per vili, come in Palermo si distingue la nunnata bianca dalla sfigghiata, che risulta da piccoli pesciolini di diversa specie, e che niente si pregia.

Le ortiche di mare sono, come si sa, de’ molluschi; essendo chiusi, sono simili presso a poco alla testa d’un fungo senza picciuolo, e quando si espandono svolgono un gran numero di fili, che lor fa pigliare la figura di comate. Le ortiche marine libere degli antichi corrispondono alle lucernarie di Muller.

Intorno all’afia si rapporta da Ateneo il precetto di Archestrato, che si deve ritrarre dalla padella ancora stridente.

(34) Aten. lib. 7, cap. 22, pag. 326.

Aristotele non fa alcuna menzione di questo pesce, almeno sotto il nome, che gli dà Archestrato. Alcuni credono che sia lo stesso che il κάσπρος, o cinghial di mare, ma Archestrato pare che lo distingua. Le parole ψαμμίτην ὀρυκτὴν, che dichiarate si sono cavator di sabbia, non pare che ben si accordino colla grammatica, e verrebbe meglio a spiegarsi dall’arena cavato, molto più che Ateneo fa menzione di alcuni pesci, che entrano coll’acqua sotto un terreno sabbioso, e poi cavando arena si traggono.

(35) Aten. lib. 7, cap. 17, pag. 311.

Il pesce lubrax de’ Greci corrisponde al lupus dei latini, ed a quello che si chiama lupo, che si trova ben disegnato da Villoughbi (de piscib.

pag. 271). Nè pare che se ne possa dubitare, perchè tutti i caratteri dati da Aristotele al suo labrax corrispondono esattamente al lupo marino de’ nostri tempi. Presso i Romani questo pesce era anche in pregio, e più d’altro quello che si pescava nel Tevere tra i due ponti, come dice Plin. (Hist. lib. 9, cap. 17), giacchè il lupo risale i fiumi come fa il salmone.

Il silfio era una pianta da cucina di cui faceano uso comunemente gli antichi, e che da’ Latini fu chiamato laserpitium (Plin. lib. 19, cap. 3). Molti botanici ricercarono nel 16. secolo a quale genere e specie riferir si dovesse questa pianta. Alcuni con Dodoneo (Pempt. 2, lib. 5, cap. 24, pag. 19), opinarono, che il silfio de’ Greci corrispondesse all’angelica (laserpitium archangelica, Wild. sp. pl. I, p. 1419); altri all’angelica sativa (angelica arcangelica, Linn. sp. pl. 360); ed altri in fine al laserpitium ponae, di cui Linneo fece il suo laserpitium gallicum (Dalechamp, Hist. p. 727). La quistione intanto rimase indecisa, e lo sarà per sempre, giacchè dalle brevi ed imperfette descrizioni degli antichi non ci è conceduto di conoscere se non a stento le piante da loro accennate.

(36) Aten. lib. 7, cap. 10, pag. 306.

Il citaro (Hist. lib. 32, cap. 11) è un pesce del genere de’ rombi: Rondelet poi raccogliendo tutti i caratteri indicati da Aristotele, è di opinione, che sia il pesce chiamato folio in Italia. Crede oltre a ciò dai due modi diversi con cui vuole Archestrato che fosse apparecchiato, che il citaro era di due specie differenti, ma gli altri naturalisti non credono ben fondata questa opinione di Rondelet.

(37) Aten. lib. 7, cap. 17, pag. 310.

Questo cane di mare dagli antichi fu ancora chiamato, giusta la testimonianza di Nicandro (lib. 7, cap. 16, pag. 306), lamia e scilla. È una specie di cane marino il più vorace, e se ne può leggere la descrizione nel dizionario degli animali alla voce Chien de mer.

Diodoro Aspendio fu uno degli ultimi pitagorici, che mutò l’instituto di Pitagora in un impudente cinicismo. Portava egli rabbuffati i capelli, logore e stracciate le vesti, e affettava astinenza della più parte dei cibi. Però Archestrato a lui rimanda quelli che aveano a schifo il can carcaria, e li suppone alla maniera di Pitagora informati, per disprezzo, di quell’anima che prima era stata in qualche insetto che rode solo dell’erbe.

(38) Aten. lib. 7, cap. 18, pag. 315.

(39) Aten. lib. 7, cap. 20, pag. 320.