Pagina:Gastronomia.djvu/4

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7 NOTIZIE SULLA VITA 8
maravigliare se gl’ingegni i più gentili tra i nostri, sia che coltivasser le muse o pur la filosofia, non abbiano preso a sdegno di vogliersi alla cucina, e al piacer dei conviti. Nette, decenti, odorose erano le stanze, nelle quali si preparavano le vivande: All’odor che si sente, dice Cratino, o vi è chi vende incenso, o un cuoco di Sicilia1. I filosofi stessi, che non amavano in quei tempi la severità, dettavano ancora sull’arte di condire i cibi delle lezioni nelle cucine de’ grandi. Aristippo, ch’era, come oggi dicesi, un uomo di spirito e di mondo, tenea gran cura della mensa del giovine

    fusto del candelabro sporgea una piccola sbarra, sulla cui estremità al di sotto della plastinge era posata una statuetta di bronzo chiamata il mane, e sottoposto eravi un vaso di rame. Il candelabro, la plastinge, il mane, e quel vaso si diceano Cottabo. I bicchieri propri per questo giuoco erano gli anchili, e li chiamavano cottabidi. Ciascuno de’ giuocatori vi bevea prima il vino, e ne lasciava solamente sul fondo un picciolissimo residuo, che prendea il nome di lalage. Ora tutta l’arte era a lanciare il lalage in sì fatto modo in alto, che cadendo iva a colpire la plastinge, e questa il mane, che rovesciando nel catino col suono dava segno del colpo. Ma nella vittoria si avea pure riguardo all’eleganza, colla quale era il giuoco eseguito. Appoggiato sul gomito sinistro dovea il giuocatore curvare dolcemente la destra, stringendo l’anchile colle dita situate nel modo come fanno i sonatori di tibia, lanciava il lalage in alto. Questa maniera di cottabo si diceva anche cotacto per distinguerlo dall’altra che venia eseguita nel seguente modo. — si metteva nel mezzo della stanza un catino pieno d’acqua, in cui vuoti stavano a galleggiare de’ vasellini. Allora tutto il giuoco era diretto a lanciare da’ carchesii, che vi adopravano in vece di anchili, il lalage in modo, che cadendo colpisse e sommergesse quei vasellini. Chi più ne sommergeva era il vincitore. ― Tale ardore aveano i Greci pel cottabo, che fabbricavano delle stanze a questo oggetto, e le faceano rotonde, affinchè i giuocatori, sedendo in giro, fossero ad eguale distanza dal Cottabo situato nel mezzo. E vi erano di quelli, che della loro destrezza, e leggiadria in questo giuoco, pigliavano vanto più che altri non faceano della loro perizia nel saettare.

  1. Presso Aten. l. 15, c. p. 661.
Dionisio, speculava della nuova vivanda ed occupavasi del loro condimento. Si filosofava dunque in Sicilia anche cucinando, e bella mostre faceasi di sapere, e di leggiadria parlando di cibi di leccumi. Però ad Eraclide, e un certo Dionisio, e tanti altri si ricordan tra noi che presero a scrivere dell’arte di raffinar la cucina, e ben condurre le vivande.

Tra questi tutti levò principalmente il grido Archestrato, che scrisse un poema col titolo di Gastronomia o Gastrologia, del quale ci restano ancora non pochi frammenti presso Ateneo. Fu egli un colto e spiritoso poeta, il quale di eleganza vestì e di vaghezza l’armamento della cucina; ma, già famoso a’ suoi tempi, non fu poi presso alcuni in egual pregio tenuto.

Archestrato fu certamente Siciliano, ma ignorasi se di Siracusa, o pur di Gela: forse era egli da Siracusa; ma Ateneo sulle prime ne dubita, e più presto quindi lo chiama Geloo per pigliare il destro di pungerlo, come si fa, con una arguzia, dicendolo di Gela o piuttosto di Catagela1, che vale, degno di riso: vano giuoco di parole, ed epigramma, per quanto pare, non molto faceto.

L’incertezza, in cui fu posta la sua patria, non fu la sola ingiuria che ebbe a soffrire il sue nome e la sua memoria. Archestrato ebbe la disgrazia di cader nelle mani di alcuni melanconici, che affettando rigore e stoicismo in più modi Io straziarono; il sue poema fu chiamato da quel miserello di Crisippo la Metropoli della filosofia di Epicuro, e fu proscritto dal medesimo al par de’ poemi lascivi di Filenide; i suoi versi furono detti per derisione i versi dorati, o pur la Teogonia deli ghiottoni, e i tltoli, de’ quali venne onorato, furono tutti ingiuriosi e ridevoli: il Ghiotto, l’Emulator di Sardanapalo, l’ingegnoso cuciniere, il general delle mense l’Esiodo de’ leccardi, il Teognide de’ golosi’; o per ironia il sapiente, il sottile, il preclaro poeta, il Pitagorico, o altro simile. È sì continuo presso Ateneo l’uso di unire al nome di Archestrato una qualche villania, che alcuni son venuti nel sentimento Archestrato autore dell’opera de’ sonatori di tibia. essere stato diverso dal nostro, poichè senza aggiunta d’ingiuria quello vi trovano ricordato. Io non voglio definire di qual momento sia una sì fatta ragione, ma, egli è certo, che Archestrato solo si ebbe la mala ventura. — Egli corse per la Grecia e pe’ luoghi i più colti della terra allor conosciuta per istruirsi, come

  1. Aten. l. 3, c. 30, p, 116, e l. 7, p. 294.