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9 DI ARCHESTRATO 10


si costumava in que’ tempi; ma nel principio del suo poema, come suol farsi de que’ poeti che vogliono con facezia dare importanza alle frascherie, fa per ilarità cenno di recare intorno alla cucina le cognizioni acquistate ne’ suoi viaggi: bastò questo, perchè Ateneo lo pigliasse nella parola, e a niente altro dirizzasse i viaggi di lui, che ad apprender l’arte del cucinare. Oh l’illustre viaggiatore, dice egli, che girò la terra e il mare a cagione del ventre e della gola, e per conoscere ciò, che al ventre ed alla gola si appartiene1. Clearco fece ancora di più, gli diede a maestro un certo Terpsione, che avea scritto di Gastrologia2; chi l’avrebbe creduto? Clearco lo fa guattero di Terpsione, ed Ateneo lo fa girare per tutta la terra per venire in onore di famoso cuciniere. In somma tutti quelli che vantano sapienza e costume non lasciano di presentarcelo come un miserabile ghiottone; anzi Eliano ed Ateneo3 per dileggiarlo vieppiù ci narrano, ch’egli, sebbene di cibi ingordo, e voracissimo, era di corpo così magro e sottile, che appeso ad una bilancia a stento pesava un obolo. Buon per lui, che la dissero da pigliarle colle molle: un obolo? non bastava che fosse egli stato un tisicuzzo, nè tampoco un fantoccino, ci volea proprio una fantasima per pesare un obolo, ma tutto si raccog1iea con piacere, e con piacere narravasi quando si trattava di dar la baja ad Archestrato: gli diedero una patria e un maestro, che forse non ebbe, opposero una straordinaria voracità unita ad una incredibile magrezza, e giunsero a guastare l’età, in cui visse, per farlo amico e compagno degli stravizzi di uno de’ figliuoli di Pericle4.

Archestrato scrisse certamente dopo che Tindari era stata fabbricata ed accresciuta, poichè egli in uno de’ suoi frammenti suppone già in pregio e Tindari e la sua tonnara. E come questa città ebbe la sua fondazione nell’Olimpiade 96, così è da credere che abbia Archestrato fiorito molte Olimpiadi dopo la centesima, o sia in un tempo in cui i figliuoli di Pericle o più non viveano o si trovavano molto avanzati in età; poichè eran costoro già nati prima dell’Olimpiade 88, o della peste di Atene, in cui Pericle morì. Aggiungasi a ciò, che Archestrato motteggia ne’ suoi versi Diodoro

  1. Aten. l. 3, c. 30, p. 116, e l. 7, p. 294.
  2. Aten. l. 8, c. 3, p. 337.
  3. Ælian. var. Hist. l. 10, c. 16, Aten. l. 12, c. 13, p. 552.
  4. Aten. l. 5, c. 20, p. 220.
Aspendio uno degli ultimi scolari di Pitagora, il quale visse a’ tempi di Tolomeo Lago, che dopo la morte d’Alessandro acquistò la signoria dell’Egitto; e quindi è ben naturale, non solo che Archestrato sia stato in fiore mentre vivea Alessandro, ma ancora che sul principio del regno di quel Tolomeo abbia egli pubblicato il suo poema. — A queste prove cavate da’ frammenti stessi di lui è concorde eziandio la menzione, che ne fanno alcuni degli antichi autori. Era certamente in istima il nostro poeta mentre viveano e Linceo di Samo, che fu scolare d’Isocrate, e Clearco, che imprese la filosofia sotto la dottrina e la scorta d’Aristotile, poichè l’uno e l’altro Linceo e Clearco fanno menzione di Archestrato, e del poema di lui. Isocrate, giusta la comune opinione, morì l’anno 3 della Olimpiade 110; e Aristotile nell’anno 3 dell’Olimpiade 114. Però intorno a questi tempi, o poco dopo dovea già Archestrato esser venuto in pregio, essendo che gli scolari d’Isocrate e di Aristotele lo citano, e si occupano de’ versi di lui. E se in fine Crisippo o altri chiamano il nostro poeta, e lo riguardano come il predecessore d’Epicuro, questo nè pure mal si conviene a’ tempi da noi indicati; poichè Epicuro, è già noto, che nacque il 3 anno dell’Olimpiade 109; e finì di vivere l’anno 3 dell’Olimpiade 127. Bastava che Archestrato avesse recato in luce il suo poema verso l’Olimpiade 115 o 116, perchè avesse potuto precedere i libri d’Epicuro. Dopo di ciò non corre alcun dubbio, che per accordare i tempi, sia ben da distinguere Archestrato l’amico dei figli di Pericle dal nostro Poeta: quegli visse prima, e questi fiorì dopo; il primo è colui, che solea dire, al riferir di Plutarco, che la Grecia non avrebbe potuto tollerare due Alcibiadi1, e quello, di cui ci restano i frammenti, è il secondo, che nacque e visse a’ tempi di Alessandro e Tolomeo, o sia a’ tempi che furono per sapere e per gentilezza prestantissimi così nella Grecia, come nella nostra Sicilia. Questi tempi, che ci recano tanto onore, ci dichiarano come potè Archestrato non senza laude occuparsi di un poema intorno alla cucina. La coltura in Sicilia, e massime in Siracusa, era sparsa in tutti i ceti, e quando è generale ingentilisce tutti gli spiriti, orna tutti i soggetti. Siciliani furno Botri e Bintone, e la poesia burlesca e fu in Sicilia inventata, e qui più che altrove coltivata: quei carmi, che diconsi parodie, e i loro autori
  1. Plut. in Alcib.