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GASTRONOMIA1


DI ARCHESTRATO




FRAMMENTI

TRADOTTI DA DOMENICO SCINA’


     Quanto conobbi in viaggiar mostrando
A Grecia tutta, ove miglior si trova
ogni cibo dirò ogni liquore.2

        Di vivande squisite unica mensa
Accolga tutti, ma di tre o di quattro
O di cinque non più sia la brigata:
Perchè se fosser più cena sarebbe
Di mercenari predator soldati.

        Dirotti in prima, o caro Mosco, i doni3
Di Cerere, la Dea di bella chioma;
Tu nella mente i detti miei conserva.
Il pan, che fassi senza alcun mescuglio,
Tutto d’orzo fecondo, il più prestante
E tra gli altri il miglior prender si puote
In Lesbo là sul colle da’ marini
Flutti bagnato, ove è l’inclita Erisso,
Pane sì bianco, che l’eterea neve
Vince in candor. Che se i celesti Numi
D’orzo mangiano il pan, Mercurio al certo
In Erisso sen va loro a comprarlo.
In Tebe è ver da sette porte, e in Taso,
Ed in altre cittadi ancora è buono,
Ma a quel d’Erisso in paragon pattume
Ti sembrerà. Chiaro oltre a ciò ritieni
Quel che ti aggiungo. Il collice procura
Pan di Tessaglia, che crimazia appella
Questi, e quegli altri suol chiamar condrino;
Pane che a turbo si conforma in giro,
Ed affinato è dalla man, che intride:

L’arcade encrifia ancor degno è di lode,
Nato dal fior della farina: in piazza
L’illustre Atene poi venal prepara
Pane eccellente: ma diletto a cena
Ti darà quel, che dal teglion si cava
Bianco, vistoso, di color splendente
Nell’Eritrea città ferace d’uva.4

        Lidio o fenice poi t’abbii il fornajo
In casa, il quale il tuo piacer conosca;
E vada a tuo volere ogni maniera
Di pane in ciascun giorno lavorando.5

        Eno di mie, che sono grosse, è ricca,
D’ostriche Abido, Pario di granchi,
Mitilene di pettini, e a più conche
Giunge Ambracia il cinghial, Messina abbonda,
Là sullo stretto angusto ove ella è posta,
Di conchiglie peloridi, daratti
Efeso came, che non son cattive,
Tetee Calcedonia; le trombe,
Tanto quelle del mar, quanto del foro,
Ed anche i trombettier stritoli Giove,
Tranne il mio amico abitator di Lesbo
Ricca di viti, che Agaton si appella.6

        Ma lasciando le ciance, abbiti cura
L’astaco di comprar, quel che ha le mani
Lunghe, ed insiem pesanti, i piè piccini,
E sulla terra lentamente salta.
L’isole di Vulcano assai ne danno,