Pagina:Gazzetta Musicale di Milano, 1842.djvu/234

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

- 224 -

che loro incoglie offerto dal più modesto poeta, imparato a conoscere ai tavolini da caffè, un po' di studio ad acconciare nella possibil guisa alle voci de’ cantanti assegnati dall’Impresa i pezzi cantabili di maggior rimarco, come a dire le cavatine, le sortite de’ duetti, le cabalette dei finali, ec., e a tutto il resto ben poco si pensa dal maggior numero de’ nostri signori compositori. E intanto che cosa succede? Che le Opere nuove si avvicendano a dozzine sulle nostre scene liriche, durano in vita la più parte le tre, le quattro sere; le meno sfortunate una mezza dozzina di settimane; le più trionfanti peregrinano per tre o quattro piazze più o meno felicemente accolte, indi sprofondate nei magazzini del Ricordi o del Lucca, si addormentano nel beato sonno dell’oblivione. Andremmo per le lunghe se qui riferire volessimo la storia dei molti spartiti de’ nostri giorni sulle prime sbadatamente salutati come capolavori e modelli dell’arte dalle nostre platee, troppo facili a lasciarsi ingannare da un apparente ricchezza di fantasia e da superficiali bellezze di forma, indi lasciati cadere in dimenticanza e abbandonati al destino che debbono correre tutte le umane produzioni non meditate con sapiente vigore di pensiero e non maturate con forte dottrina.

Possiamo assicurare che le cose non vanno altrimenti cosi in Francia e in Germania specialmente, ove i compositori di bella fama, quando sieri chiamati a porgere al pubblico i frutti del loro ingegno, riguardano un simile ufficio tanto sul serio, e si credono in obbligo di adempirlo con sì scrupolosa coscienza, che, se le composizioni che ne derivano non riescono sempre di quell’alto merito che si vorrebbe, è da darsene colpa il più delle volte a renitente immaginazione, non mai a pochezza eli studio, a trascuraggine poco men che inonesta, come il più delle volte avviene tra noi. Gli Spohr, i Mendelsohn, gli Halevy, gli Auber, gli Onslow, i Meyerbeer, se avviene che si tolgano l’impegno di scrivere per le pubbliche scene qualche opera melodrammatica, vi si accingono con tanta e sì intima convinzione delle alte esigenze dell’arte, con tale e tanta intensità di meditazione e di studio, che troppo è difficile, per non dire impossibile, che nelle loro creazioni traspaia quel fare trascurato, quella negligente scorrezione di stile, quella fiacchezza di concetto e povertà di originali idee che nella più parte delle Opere italiane de’ giorni nostri accusano lo svogliato ingegno e la imperizia scentifica di compositori non punto avvezzati alla intellettuale elaborazione, e soliti all’opposto a tener conto, non tanto del valore sostanziale delle loro produzioni, quanto della quantità di esse e degli apparenti e superficiali loro pregi.

Studio coscienzioso e convinzione profonda dell’importanza dell’arte, ispirazione attinta alle buone fonti della filosofia, ecco gli elementi coi quali i compositori oltramontani (e parliamo non della turba ma dei sommi) hanno sempre adoperato a dar valore, per quanto è possibile, alle doti della facile fantasia metodica e del canto soave, di che la natura ritrosa fu avara alla loro nazione, laddove larghissima si addimostrò alla nostra nel passato, ed anche al presente, a dispetto di mille sfavorevoli circostanze, si addimostra. E per tutto questo ci si dica di grazia se non occupano i primi luoghi nella storia musicale moderna i venerati nomi di Mozart, di Beethoven, di Weber, di Boieldieu, di Herold, e di tant’altri; ci si dica se nei fasti della musica contemporanea europea i rappresentanti del genio oltramontano non vantano ormai altrettante pagine luminose quante può a buon dritto numerarne il nazionale amor proprio dei compatriotti di Rossini, di Bellini, di Mercadante, di Donizetti, di Pacini, ecc.?

Ora saremo noi da condannare se in questo nostro foglio, di proposito destinato, per quanto sta nelle povere sue forze, agli incrementi dell’arte italiana, insistiamo a far mostra delle nostre simpatie per quelle scuole rivali in cui non pochi eletti ingegni adoperano con animoso fervore a nobilitare, mercè una pratica coscienziosa, le più alte discipline artistiche, troppo alla sbadata avute in non cale dalla comune de’ nostri facitori di Opere in musica? Saremo da condannare, se, senza pregiudizio di parte, tentiamo a che, almeno a canto a quelli de’ più insigni autori melodrammatici italiani, si onorino con imparziale culto anche i nomi de’ grandi compositori stranieri accennati più sopra, e se insistiamo nel mostrare il nostro desiderio che i giovani nostri maestri, rinunziando ad affettare un insensato disprezzo per i capolavori di que’ sommi, attendano invece a meditarne le alte bellezze, e il nostro pubblico venga nel desiderio di poterle apprezzare, e i nostri appaltatori, uscendo una volta dall’angusta cerchia delle teatrali loro abitudini, adoperino a far nascere, indi nudrire, il gusto degli Italiani per quei capolavori oltremontani?

Noi crediamo che i giusti estimatori del merito dell’opera nostra ci sapranno grado del tendere che facciamo a questo scopo, il quale, quando sia in tutto o almeno in parte ottenuto, grandissimi vantaggi ne risulteranno a tutte le professioni musicali in Italia; i giovani nostri maestri saranno eccitati col pungolo dell’emulazione ad addimostrarsi, se non superiori, almeno pari agli stranieri nella accuratezza scientifica, nella finezza estetica, e nella vivace interpretazione delle alte esigenze dell’arte, come già li adeguano in quella naturale dovizia di ingegno che risulta da una facile fantasia melodica; il nostro pubblico verrà vieppiù raffinandosi nel gusto e nella educazione musicale mercè l’agevolata possibilità dei confronti tra le varie scuole e i generi diversi; gli Impresarii, per ultimo si dischiuderanno una novella messe di tesori melodrammatici al presente tra noi poco meno che sconosciuti (1), ed alternando sulle nostre scene le musicali produzioni italiane alle straniere, renderanno vieppiù gradevoli le une e le altre pel mezzo dei contrapposti e della varietà che è la droga più efficace ad eccitare i desiderii sopiti e a vincere la noia e l’apatia, queste due principali nemiche della fortuna delle artistiche produzioni.

Noi ci siamo sulle prime chiariti contrarii (e saremo fermi nel nostro proposito) a quello spirito di malintesa vanità, che crede dar prova di patriottico zelo col ricusare di riconoscere i pregi delle arti e delle lettere presso gli altri popoli, e si sdegna contro chiunque, additandoli imparzialmente, accenna il giustissimo desiderio che il genio italiano non rimanga addietro sulla via del progresso europeo, e si addimostri auzi quale fu ne’ migliori giorni della sua gloria, operoso e potente.

B.




CRITICA MUSICALE

Di un libro intitolato: Lezioni d’Armonia scritte da Domenico Quadri vicentino, per facilitare lo studio del Contrappunto. Terza edizione. Roma dai tipi di Angelo Ajani.1841.

I.

Or fa poco più d’un anno, io mi trovava in una città dello Stato Pontificio, presso un mio amico, il quale nella sua piccola biblioteca avea il libro testé menzionato. Avidissimo, com’io sono, di conoscere quanto mi si appresenta di relativo all’arte che col più grande amore professo, incominciai ad esaminarlo così all’ingrosso: ma non vi trovando pur quel tanto che basti a far parere mediocre un libro di questo genere, di subito ne abbandonai la lettura; e non andò guari che affatto mi dimenticai esistere un Quadri al mondo. Appena erano trascorsi cinque o sei mesi, quando un articolo della Gazzetta piemontese me ne fece risovvenire: tuttavia, sapendo per esperienza come ordinariamente poco sia da aversi in conto la lode o il biasimo dispensato dai giornali, era ben lontano dall’imaginarmi che quel libro, da me fin allora tenuto per cattivo, avesse trovato buona accoglienza in parecchie città d’Italia e d’oltramonte, non solamente appo la classe indotta dei musici, ma si ancora appo quella dei professori: e perciò il Quadri fu da me posto per la seconda volta in obblio. Infine, pervenutomi il N. 39 della Gazzetta Musicale, vidi con mia sorpresa un articolo, nel quale si fanno i più grandi elogi alle Lezioni d'Armonia e fra i documenti che rendono testimonianza del loro merito, si citano una lettera che il massimo de’ maestri, Rossini, indirizzava al sig. Quadri per ringraziarlo dell’avergli mandato una copia della sua opera, e un articolo del maestro Picchi, nel quale da una minuta analisi dell'opera si viene ad una conclusione molto onorevole all’Autore di essa (2).

Queste autorità, e quella della Gazzetta Musicale per poco m’indussero a credere di aver giudicato l’opera con sovverchia prestezza, e di essermi ingannato nel mio giudizio. Se non che volli accertarmene, e a tale effetto cercai del libro, col fermo proponimento di accuratamente esaminarlo, e di unirmi con tutti i di lui encomiatori a tributargli pubblicamente il mio elogio, ove chiara me ne fosse tornata l’eccellenza, o, in caso contrario, di svelarne gli errori. Imperciocché, siccome le opere didascaliche, dall’esser buone o cattive, molto influiscono a favorire o contrastare il progresso dell’arte, così io tengo per istretto dovere di ogni vero artista il render notorie le loro qualità quali esse sieno, lodevoli o biasimevoli, per addimostrare agl’inesperti se utilità o danno possano da quelli ricavare. Ebbi finalmente il

libro; e come più m’inoltrava nell’esami-

  1. Non dobbiamo tacere che alcuni Appaltatori italiani, e primo tra questi il sig. Lanari, già riconobbero l’importanza di questa verità, e si propongono di farne sempre maggior applicazione.
  2. Il cenno della G. M. fu appunto tratto dall’articolo del signor Picchi, e può, anzi deve dirsi un sunto di quello; opperò noi non credemmo assumere la responsabilità delle lodi in quel cenno ripetute, massimamente ove riesca al nostro collaboratore, l’autor di questo articolo, mostrare che le non furono meritate.