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Ecco qui una sua lettera dell’8 aprile 1829, in cui non sappiamo se sia maggiore la tenerezza o la malinconia della donna, il cui cuore è compresso dal ghiaccio dell’altro cuore che dovrebbe battere insieme al suo: «Mio amatissimo Carlo, sono felice questa mattina avendo ricevuto tue notizie da una lettera del cavaliere Costa. Ma lo sarei stata di più ancora se ne avessi ricevuta una da te stesso, amor mio. Tu non puoi credere quanto la tua assenza mi renda triste; non posso che pensare a te. E se non fosse che, occupandomi dei nostri figli dalla mattina alla sera, penso che faccio così qualche cosa per te, non sarei più capace di far niente.»

Maria Teresa naturalmente, poiché veniva dalla terra di Dante, parlava e scriveva benissimo l’italiano, e fu a suo tempo la prima Regina che in Piemonte usasse sempre questa lingua. Suonava anche stupendamente il piano-forte, e la musica era uno dei pochi sollievi di cui le era dato godere nella sua triste e monotona vita.

Giunse intanto il 1831, e il ritorno dei principi da Racconigi a Torino. La salute di Carlo Felice deperiva ogni giorno, e all’avvicinarsi della primavera, invece che riaversi, tanto declinò che non lo lasciavano più la notte senza vegliarlo, cosa questa che ogni tre o quattro notti toccava anche a Carlo Alberto. Sui primi di aprile però il principe non venne più ricercato particolarmente, né poteva più vedere il Re senza testimoni; ed egli, giustamente sdegnoso, si mantenne