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essa stessa vi si trasferì, abbracciando la nuova regola, con tutte le monache che l’avevano accolta nel convento di S. Domenico.

La pietà e la religione di Margherita di Savoia, non consistevano in quella sterile vita di preghiera e di meditazione, quale l’aveva forse sognata, giovinetta ignara, al primo affacciarsi alla vita, e che per qualcuno potrebbe anche essere un bello e buono egoismo; non era quel vegetare rinchiusa fra quattro mura, lontana dai rumori e dai dolori del mondo, dimentica di tutto e di tutti: non erano la sola mortificazione dei sensi e della carne, che non reca conforto ad alcuno; no, la carità e la religione di questa donna erano ben più grandi e sublimi. Dacché essa aveva conosciuta la società con le sue lotte, le sue miserie, Margherita erasi fatto un alto concetto di quelle due virtù: e gli infelici di ogni genere, gli ammalati, gli infermi, formavano il soggetto di ogni suo pensiero e di ogni sua cura. E perciò, chiesta ed avuta la direzione dell’ospedale di Santa Maria degli Angioli, quivi sopra tutto brillarono le sue serafiche virtù. Spoglia di ogni egoismo, di ogni alterigia, di ogni debolezza, essa presiedeva a tutto, aveva cura di tutto, e tutto essa stessa, all’occorrenza, sbrigava, come la più umile delle sue consorelle.

Non più giovane, nè robusta, si vedeva questa santa principessa vegliare in persona, la notte, gli ammalati più gravi, curarli con mirabile zelo, consolarli, servirli nei più umili loro bisogni, esortarli alla pazienza nei loro patimenti, fasciarne amorosamente le piaghe!