Pagina:Gerusalemme liberata I.djvu/171

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO QUINTO. 149

LXV.


     Ma contra l’arme di costei, non meno,
Si mostrò di Tancredi invitto il core;
Peroch’altro desio gl’ingombra il seno,
516Nè vi può loco aver novello ardore:
Chè siccome dall’un l’altro veleno
Guardar ne suol, tal l’un dall’altro amore.
Questi soli non vinse: o molto, o poco
520Avvampò ciascun altro al suo bel foco.

LXVI.


     Ella, sebben si duol che non succeda
Sì pienamente il suo disegno e l’arte,
Pur, fatto avendo così nobil preda
524Di tanti eroi, si riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altri s’avveda,
Pensa condurgli in più sicura parte,
Ove gli stringa poi d’altre catene,
528Che non son queste ond’or presi gli tiene.

LXVII.


     E, sendo giunto il termine che fisse
Il Capitano a darle alcun soccorso,
A lui sen venne riverente, e disse:
532Sire, il dì stabilito è già trascorso:
E se per sorte il reo tiranno udisse
Ch’i’ abbia fatto all’arme tue ricorso,
Prepareria sue forze alla difesa:
536Nè così agevol poi fora l’impresa.