Pagina:Gerusalemme liberata I.djvu/177

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CANTO QUINTO. 155

LXXXIII.


     Io tel difenderò, colui rispose;
E feglisi all’incontro in questo dire:
E con voglie egualmente in lui sdegnose
660L’altro si mosse, e con eguale ardire.
Ma quì stese la mano, e si frappose
La tiranna dell’alme in mezzo all’ire;
Ed all’uno dicea: deh non t’incresca
664Ch’a te compagno, a me campion s’accresca.

LXXXIV.


     S’ami che salva i’ sia, perchè mi privi
In sì grand’uopo della nova aita?
Dice all’altro: opportuno, e grato arrivi
668Difensor di mia fama, e di mia vita.
Nè vuol ragion, nè sarà mai ch’io schivi
Compagnia nobil tanto, e sì gradita.
Così parlando, ad or ad or tra via
672Alcun novo campion le sorvenia.

LXXXV.


     Chi di là giunge, e chi di qua: nè l’uno
Sapea dell’altro; e’l mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
676Mostra del suo venir gioja e conforto.
Ma già nello schiarir dell’aer bruno
S’era del lor partir Goffredo accorto:
E la mente, indovina de’ lor danni,
680D’alcun futuro mal par che s’affanni.