Pagina:Gerusalemme liberata I.djvu/211

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CANTO SESTO. 187

LXXXIII.


     Ah perchè forti a me Natura, e ’l Cielo
Altrettanto non fer le membra, e ’l petto,
Onde potessi anch’io la gonna, e ’l velo
660Cangiar nella corazza, e nell’elmetto?
Chè sì non riterrebbe arsura, o gelo,
Non turbo, o pioggia il mio infiammato affetto;
Ch’al Sol non fossi ed al notturno lampo,
664Accompagnata o sola, armata in campo.

LXXXIV.


     Già non avresti, o dispietato Argante,
Col mio signor pugnato tu primiero;
Ch’io sarei corsa ad incontrarlo innante,
668E forse or fora quì mio prigionero:
E sosterria dalla nemica amante
Giogo di servitù dolce e leggiero.
E già per li suoi nodi i’ sentirei
672Fatti soavi, e alleggeriti i miei.

LXXXV.


     Ovvero a me, dalla sua destra il fianco
Sendo percosso, e riaperto il core;
Pur risanata in cotal guisa almanco
676Colpo di ferro avria piaga d’Amore.
Ed or la mente in pace, e ’l corpo stanco
Riposeriansi: e forse il vincitore
Degnato avrebbe il mio cenere e l’ossa
680D’alcun onor di lagrime, e di fossa.