Pagina:Gerusalemme liberata I.djvu/61

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CANTO SECONDO. 45

XXXV.


     Ed oh mia sorte avventurosa appieno!
O fortunati miei dolci martirj!
S’impetrerò che giunto seno a seno,
276L’anima mia nella tua bocca io spiri;
E venendo tu meco a un tempo meno,
In me fuor mandi gli ultimi sospiri.
Così dice piangendo; ella ripiglia
280Soavemente, e in tai detti il consiglia:

XXXVI.


     Amico, altri pensieri, altri lamenti
Per più alta cagione il tempo chiede.
Chè non pensi a tue colpe? e non rammenti
284Qual Dio prometta ai buoni ampia mercede?
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
E lieto aspira alla superna sede.
Mira il Ciel com’è bello, e mira il Sole,
288Ch’a sè par che n’inviti, e ne console.

XXXVII.


     Quì il volgo de’ Pagani il pianto estolle:
Piange il fedel, ma in voci assai più basse.
Un non so chè d’inusitato e molle
292Par che nel duro petto al Re trapasse.
Ei presentillo, e si sdegnò; nè volle
Piegarsi, e gli occhj torse, e si ritrasse.
Tu sola il duol comun non accompagni,
296Sofronia, e pianta da ciascun non piagni.