Pagina:Gerusalemme liberata II.djvu/104

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88 LA GERUSALEMME

LXII.


     Langue il corsier già sì feroce, e l’erba
Che fu suo caro cibo a schifo prende:
Vacilla il piede infermo, e la superba
492Cervice dianzi, or giù dimessa pende.
Memoria di sue palme or più non serba:
Nè più nobil di gloria amor l’accende.
Le vincitrici spoglie e i ricchi fregj
496Par che, quasi vil soma, odj e dispregi.

LXIII.


     Languisce il fido cane, ed ogni cura
Del caro albergo e del signor oblia:
Giace disteso, ed alla interna arsura,
500Sempre anelando, aure novelle invia.
Ma se altrui diede il respirar natura,
Perchè il caldo del cor temprato sia;
Or nulla o poco refrigerio n’have:504Sì quello, onde si spira, è denso e grave.

LXIV.


     Così languia la terra, e in tale stato
Egri giaceansi i miseri mortali:
E ’l buon popol fedel, già disperato
508Di vittoria, temea gli ultimi mali:
E risonar s’udia per ogni lato
Universal lamento in voci tali:
Che più spera Goffredo? o che più bada?
512Sinchè tutto il suo campo a morte vada?