Pagina:Gerusalemme liberata II.djvu/105

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CANTO DECIMOTERZO. 89

LXV.


     Deh con quai forze superar si crede
Gli alti ripari de’ nemici nostri?
Onde machine attende? ei sol non vede
516L’ira del Cielo a tanti segni mostri?
Della sua mente avversa a noi fan fede
Mille novi prodigj, e mille mostri:
Ed arde a noi sì il Sol, che minor uopo
520Di refrigerio ha l’Indo e l’Etiópo.

LXVI.


     Dunque stima costui che nulla importe
Che n’andiam noi, turba negletta indegna,
Vili ed inutil alme a dura morte,
524Purch’ei lo scettro imperial mantegna?
Cotanto dunque fortunata sorte
Rassembra quella di colui che regna,
Che ritener si cerca avidamente
528A danno ancor della soggetta gente?

LXVII.


     Or mira d’uom c’ha il titolo di pio,
Provvidenza pietosa, animo umano;
La salute de’ suoi porre in oblio,
532Per conservarsi onor dannoso e vano.
E veggendo a noi secchi i fonti e ’l rio,
Per se l’acque condur fin dal Giordano:
E fra pochi sedendo a mensa lieta
536Mescolar l’onde fresche al vin di Creta.