Pagina:Gerusalemme liberata II.djvu/124

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106 LA GERUSALEMME

XXXII.


     Preser commiato, e sì il desio gli sprona
Che, senza indugio alcun posti in cammino,
Drizzaro il lor corso ad Ascalona,
252Dove ai lidi si frange il mar vicino.
E non udian ancor come risuona
Il roco ed alto fremito marino,
Quando giunsero a un fiume, il qual di nuova
256Acqua accresciuto è per novella piova;

XXXIII.


     Sicchè non può capir dentro al suo letto,
E sen va più che stral corrente e presto.
Mentre essi stan sospesi, a lor, d’aspetto
260Venerabile, appare un vecchio onesto
Coronato di faggio, in lungo e schietto
Vestir che di lin candido è contesto:
Scuote questi una verga, e il fiume calca
264Co’ piedi asciutti, e contra il corso il valca.

XXXIV.


     Siccome soglion là vicino al polo,
S’avvien che ’l verno i fiumi agghiacci e indure,
Correr sul Ren le villanelle a stuolo
268Con lunghi striscj, e sdrucciolar sicure,
Tal ei ne vien sovra l’instabil suolo
Di queste acque non gelide e non dure:
E tosto colà giunse, onde in lui fisse
272Tenean le luci i due guerrieri, e disse: