Pagina:Ghislanzoni - Abrakadabra, Milano, Brigola, 1884.djvu/225

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volontà di Dio e la saggezza degli uomini — proseguì egli colla sua voce piena di angelica dolcezza — mi hanno imposto di accompagnare pel duro calle della espiazione uno sventurato, che oggimai non ha più il diritto di coabitare coi fratelli. Ma la pietà di Dio impone dei temperamenti alla giustizia della società, e l’arbitro di questi temperamenti suoi essere il sacerdote. Ora, ecco un caso nel quale io posso di tutta coscienza invocare pel mio martire la tregua dei rigori legali. Il reietto è là... giacente sul terreno... affranto dalla stanchezza e dalla febbre... L’uragano è imminente... Io non debbo permettere che quell’infelice muoia sulla via maledicendo agli uomini ed al cielo. Consentireste voi a dargli asilo per questa notte? Mia madre ed io ci ricambiammo uno sguardo, e introducemmo il Levita nel cortiletto. Benedette le case dei nostri padri! — esclamò il prete; — questi porticati erano una ispirazione della carità! qui le rondini fabbricavano i loro nidi, e qui dormivano nella sicurezza i perseguitati e i mendichi. Non volete salire agli appartamenti superiori? — chiese mia madre al Levita. — No!... l’infrazione della legge eccederebbe i limiti che mi sono prescritti. Si stabilì di collocare un pagliericcio al piede della scala. Mia madre ed io ci affrettammo ad apprestare quel povero letto, corredandolo di un guanciale e di una coltre. Noi stendemmo fra le colonne del portico una tenda di riparo: una scranna, un’anfora d’acqua, un lavacro ed una lampada elettrica completarono il mobilio di quell’andito terreno, dove la pietà, sposandosi all’infortunio, doveva in quella notte tramutarsi in un amore infinito.

«Frattanto, il sacerdote era uscito con due famigli per soccorrere il caduto e sorreggerlo fino alla porta della nostra casa. Il vergine cuore di una fanciulla ha dei presentimenti divini. Ciò che noi proviamo all’appres-