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| libro primo - capitolo nono | 275 |
avrebbe almeno indirettamente favorita l’impresa dell’indipendenza per le ragioni accennate di sopra, e una lega eziandio imperfetta sarebbe stata di qualche pro a salvar gli ordini costituzionali dell’Italia inferiore dall’imminente naufragio. Per la qual cosa da questo solo tratto, messo a riscontro coi casi che avvennero indi a poco, si vede qual fosse la penetrativa del ministro romano e la cieca demenza dei subalpini. Ai quali «non andò ai versi la proposta; ed intanto in Piemonte si dava voce e si stampava che Roma era restia ad italiani accordi»[1]. Cosí, non paghi di tradire e precipitare la patria nelle ultime miserie, i rettori piemontesi calunniavano l’uomo insigne che faceva ogni opera per salvarla.
L’indegna calunnia accese l’ira del Rossi, che fulminò ai 18 di settembre il governo di Torino con uno scritto[2] da cui si raccoglie come quello, mentre ostentava sensi nobili ed italici, sventasse la lega offertagli. «Gl’intoppi — grida il Rossi — incontransi appunto lá dove ogni ragione volea che si trovasse facile consenso e cooperazione sincera. Ed è pur lá (tanto sono i nostri tempi infelici) che odonsi acerbe parole accusanti il pontefice quasi piú non volesse la lega, ch’egli primo immaginava e proponeva. E perché queste accuse? La risposta è semplice, ed è che il pontefice iniziatore della lega non ha ciecamente aderito alla proposta piemontese. Ora, per chi ben legge, a che tornava questa proposta? A questo: decretiamo la lega in genere; mandateci uomini, armi e danari; poi, tostoché sia possibile, i plenipotenziari dei collegati si riuniranno in Roma per deliberare sulle leggi organiche della lega»[3] . Ma a che fine chiedeva il Piemonte danari, armi e uomini? Certo per ripigliare la guerra. Un tal eccesso di zelo italico nato ad un tratto nei ministri della mediazione dee far trasecolare i lettori. Ma io discorro cosí: o essi credevano che il papa fosse per assentire o no. Nel primo caso erano pazzi da catena, imperocché dopo