Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/346

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292 ATTO SECONDO


Leandro. V’ingannate, signora; ho sempre avuto per voi della stima, e dirovvi ancor dell’amore.

Clarice. Conosco che non lo dite senza arrossire.

Leandro. Ho da vergognarmi, se vi amo?

Clarice. Sì, avete da vergognarvi di aver concepita questa passione, vivente ancor mio marito; col manto della parentela e dell’amicizia avete coltivato un affetto, reo in allora che non vi era lecito di coltivarlo.

Leandro. Voi non sapete come io pensassi nei tempi dei vostri legami. Dir non potete, che siami avanzato mai a parole, che offendessero la vostra delicatezza e la mia pontualità. Ora che siete libera, posso dire che vi amo, e l’amor mio può reputarsi innocente.

Clarice. Non può vantare innocenza una passione concepita con reità, e resa lecita per accidente.

Leandro. Che argomentar sofistico! che sottigliezze insolite, stravaganti!

Clarice. Le donne sono stravaganti per ordinario, non è maraviglia che tale io comparisca ai vostri occhi.

Leandro. Vi ho sempre conosciuto assai ragionevole. Confessate che un nuovo amore vi rende ogni altro oggetto spiacevole.

Clarice. Ciò non mi sentirete mai confessare.

Leandro. Ma senza che lo confessiate, si vede.

Clarice. Potreste anche ingannarvi.

Leandro. Dunque il signor Momolo voi non l’amate1.

Clarice. Con qual fondamento ne ricavate una simile conseguenza?

Leandro. Giusto Cielo! l’amate, o non l’amate?

Clarice. Non è necessario che a voi lo dica.

Leandro. Ditemi almeno, se posso da voi sperare corrispondenza.

Clarice. Sì, corrispondenza perfetta.

Leandro. In amore m’intendo.

Clarice. No; in nascondervi i miei pensieri, qual voi me li nascondeste finora.

  1. Savioli ha punto interrogativo.