Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/365

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IL PRODIGO 311

SCENA V.

Clarice, Ottavio e Momolo.

Clarice. (S’inganna, se crede la mia dichiarazione sincera. Spesse volte succede, che noi donne usiamo delle finezze a chi non le merita, per far dispetto ad un altro). (da sè)

Momolo. (Son fora de mi; no gh’ho più coraggio de averzer bocca). (da sè)

Ottavio. (Povero signor Momolo, mi fa compassione). (da sè) Compatitemi, sorella, siete un po’ troppo ingrata con chi vi usa delle finezze.

Clarice. Le finezze del signor Momolo mi costerebbero1 troppo care, se continuassi a soffrirle. Che volete che dica il mondo di me, s’egli fa cose da pazzo a riguardo mio, che lo mettono al precipizio e alla derisione? Una festa da ballo? una cena? Paghi i suoi debiti, che sarà meglio. Mi offre un anello? in faccia mia, per vendicarsi del mio rifiuto, lo sacrifica ad una serva? Meglio era non lo levasse dal dito della sorella, per ostentare imprudentemente con me la sua vergognosa prodigalità. Finezze simili si offeriscono a donne vili, non a quelle del mio carattere. L’onestà, il buon costume, la sincerità, l'amore sono i mezzi per vincere il cuore di una femmina onesta. Il signor Momolo è indegno della mia stima, e tutti i momenti, che seco io resto, sono tanti rimorsi alla delicatezza dell’onor mio. (parte)

SCENA VI.

Ottavio e Momolo.

Momolo. Cossa diseu? se poi dir de pezo? (ad Ottavio)

Ottavio. Dico, che se la cosa è così, mia sorella ha ragione; e si può dire di più di quello che ha detto: che siete un pazzo, che siete un uomo incivile, che non sa trattare con delle persone della condizione che siamo noi. (parte)

  1. Paperini: costarebbero.