Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/439

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Pantalone. Cara fia, me despiase anca mi. Ma da sior conte no gh’ave d’andar.

Clarice. Per farmi comparir bene coi miei patrioti, non potrebbe supplire il signor Pantalone? Delle feste e delle cene me ne ha date ancora; non mi potrebbe favorir questa sera?

Pantalone. Lo faria volentiera. Ma adesso gh’ ho i mii riguardi.

Clarice. Che sia vero quel che hanno detto?

Pantalone. Cossa bali dito?

Clarice. Che il signor Pantalone non comanda più, non maneg- gia più, non è padrone di spendere, ne di cavarsi una sod- disfazione?

Pantalone. No xe vero gnente. Son patron mi, comando mi, posso spender a modo mio, e che sia la verità, stassera gh’ a- verè la cena e la festa da ballo.

Clarice. Davvero, vi sarò tanto obbligata e avrò piacere per voi, acciò si smentiscano le lingue dei maldicenti.

Pantalone. Son quel che giera e sarò sempre a vostra dispo- sizion. Che xe sta in casa un poco de borrasca, ma ho butta r àncora a fondi e me son defeso.

SCENA XII.

// Servitore di Clarice e detti.

Servitore. Son qui colla risposta.

Clarice. Dov’ è la roba? (al Servitore)

Servitore. Io non ho altra roba che questo pezzo di carta.

Pantalone. No i v’ ha dà delle pezze de ganzo? No xe vegnù co vu nissun de bottega?

Servitore. Non e’ è nessuno con me, e il ganzo non 1’ ho veduto.

Pantalone. Mio fio ghe gerelo?

Servitore. Questa polizza 1’ ha scritta egli stesso.

Pantalone. Cossa diselo? (vuol aprire)

Clarice. A me, a me; voglio leggerla io. (prende la carta) dd