Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/442

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vide vu chi volè, che mi no invido nessun. Arecordeve sora tutto che sior conte noi veggio.

Clarice. Il signor conte non lo pratico più.

Pantalone. Brava, a revederse stassera. Voggieme ben, tende al sodo, no v’indubitè gnente. Fin che gh’ averò bezzi, i sarà tutti a vostra disposizion. (parte)

Clarice. Va subito dal signor conte Silvio, digli che venga qui che mi preme, (al servitore) (Non voglio perdere ne 1’uno, ne) r altro)., (parte)

Servitore. La mia padrona ha giudizio. E una cacciatrice che tende le reti ai fagiani, alle stame, ai passeri ed ai merlotti, (parte)

SCENA XIII.

Camera in casa di Pantalone. Aurelia e MaRCONE.

Aurelia. Si, certo, questa sera portatemi tutti i miei vestiti, che il danaro ci sarà per riscuoterli.

Marcone. Quand’ella abbia il danaro, sto qui vicino, mi mandi a chiamare, che vengo subito.

Aurelia. Ma che vi pare de’ miei vestiti? Mi sembrano antichi, non è egli vero?

Marcone. Certo che sono antichi, per una giovane come lei. Anzi la consiglierei a venderli e farsene de’ più moderni.

Aurelia. Ecco qui del broccato per fame uno di gusto.

Marcone. Il drappo è bello. All’ultima moda. Ma la pezza è grossa; ve ne sarà per più di un vestito.

Aurelia. L’ ho misurato. Sono cinquanta braccia.

Marcone. Si cavano due vestiti interi senza risparmio. Ne po- trebbe vendere uno.

Aurelia. Anzi lo voglio vendere, perchè ho bisogno di cento cose e non voglio dipendere da mio marito.

Marcone. Quanto ne vuole al braccio?

Aurelia. Alla bottega lo vendono tre zecchini.