Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/500

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SCENA IX.

Rosaura, poi Arlecchino.

Rosaura. Vivano i matti. S’io troppo praticassi costui, pazza anch’io diverrei facilmente. Ho piacere d’averlo amico, perchè forse potrà giovarmi contro 1’audace Florindo, se qualche cosa ardisse egli tentare contro di me. Voglio ancora cattivarmi r affetto della servitù, ed essendo in possesso di quello di Bri- ghella, vo’assicurarmi egualmente d’Arlecchino, Lo veggo passare dalla cucina. Ehi, Arlecchino, Arlecchino dico, non senti?

Arlecchino. Uh, uh, chi chiama? Coss’ è qua, semo vendudi in galera 7

Rosaura. Non ti alterare, Arlecchino, sono io che ti chiamo, a solo fine di godere la tua conversazione.

Arlecchino. Credeva che fusse quella senza creanza della miaC) padrona.

Rosaura. Perchè la chiami senza creanza?

Arlecchino. Perchè per mi no la gh’ ha gnente de respetto. La me strapazza come un aseno, la me bastona come un can, e la me dà da magnar come un oseletto.

Rosaura. Povero Arlecchino! Mi fai compassione (2).

Arlecchino. Ma ti, ti me poderessi aiutar.

Rosaura. In qual maniera? Parla, che io son pronta.

Arlecchino. Ti, ti ha le chiave della despensa; ti ha le chiave della cantina, ti ha le chiave de tutto. Me basterave do volte sole al zorno, che ti me imprestassi ste chiave.

Rosaura. E poi se i padroni se n’accorgessero?

Arlecchino. Pazienza; per un’empida de corpo, se poi anca soffrir quattro bastonade.

Rosaura. Eh, lascia fare a me, troverò ben io il modo di contentarti, senz esporti ad un tal pericolo.

Arlecchino. Via mo, come? (I) Bettin.: me. (2) Bettin. e Paper, aggiungono: «poverino! poverino! Ari. E compassionevole della carne umana? Ros. Canchero! e come I »