Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/612

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554 ATTO PRIMO

Truffaldino. Signor.

Silvio. Dov'è il vostro padrone?

Truffaldino. E1 me padron? L'è là in quella locanda.

Silvio. Andate subito dal vostro padrone, ditegli ch'io gli voglio parlare; s'è uomo d'onore venga giù, ch'io l'attendo.

Truffaldino. Ma caro signor . . .

Silvio. Andate subito. (con voce alta)

Truffaldino. Ma la sappia che el me padron . . .

Silvio. Meno repliche, giuro al cielo.

Truffaldino. Ma qualo ha da vegnir? . . .

Silvio. Subito, o ti bastono.

Truffaldino. (No so gnente, manderò el primo che troverò). (entra nella locanda)

SCENA X.

Silvio, poi Florindo e Truffaldino.


Silvio. No, non sarà mai vero, ch'io soffra vedermi innanzi agli occhi un rivale. Se Federigo scampò la vita una volta, non gli succederà sempre la stessa sorte. O ha da rinunziare ogni pretensione sopra Clarice, o l'avrà da far meco . . . Esce altra gente dalla locanda. Non vorrei essere disturbato. (si ritira dalla parte opposta)

Truffaldino. Ecco là quel sior che butta fogo da tutte le bande. {accenna Silvio a Florindo)

Florindo. Io non lo conosco. Che cosa vuole da me? (a Truffaldino)

Truffaldino. Mi no so gnente. Vado a tor le lettere; con so bona grazia. (No voggio impegni). (da sè, e parte)

Silvio. (E Federigo non viene). (da sè)

Florindo. (Voglio chiarirmi della verità). (da sè) Signore, siete voi che mi avete domandato? (a Silvio)

Silvio. Io? Non ho nemmeno l'onor di conoscervi.

Florindo. Eppure quel servitore, che ora di qui è partito, mi ha detto che con voce imperiosa e con minaccie avete preteso di provocarmi.