Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/651

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IL SERVITORE DI DUE PADRONI 593

Smeraldina. Oh! Che avete fatto?

Truffaldino. Niente. Ho el segreto d’accomodarla. Eccola qua l’è averta.

Smeraldina. Via, leggetela.

Truffaldino. Lezila vu. El carattere della vostra padrona l’intenderè meio de mi.

Smeraldina. Per dirla, io non capisco niente. (osservando la lettera)

Truffaldino. E mi gnanca una parola. (fa lo stesso)

Smeraldina. Che serviva dunque aprirla?

Truffaldino. Aspettè; ingegnemose; qualcossa capisso. (tiene egli la lettera)

Smeraldina. Anch’io intendo qualche lettera.

Truffaldino. Provemose un po’ per un. Questo non elo un emme?

Smeraldina. Oibò; questo è un erre.

Truffaldino. Dall’erre all’emme gh’è poca differenza.

Smeraldina. Ri, ri, a, ria. No, no, state cheto, che credo sia un emme, mi, mi, a, mia.

Truffaldino. No dirà mia, dirà mio.

Smeraldina. No, che vi è la codetta.

Truffaldino. Giusto per questo: mio.

SCENA XVIII.

Beatrice e Pantalone dalla locanda, e detti.

Pantalone. Cossa feu qua? (a Smeraldina)

Smeraldina. Niente, signore, venivo in traccia di voi. (intimorita)

Pantalone. Cossa voleu da mi? (a Smeraldina)

Smeraldina. La padrona vi cerca. (come sopra)

Beatrice. Che foglio è quello? (a Truffaldino)

Truffaldino. Niente, l’è una carta... (intimorito)

Beatrice. Lascia vedere. (a Truffaldino)

Truffaldino. Signor sì. (gli dà il foglio tremando)

Beatrice. Come! Questo è un viglietto che viene a me. Indegno! Sempre si aprono le mie lettere?

Truffaldino. Mi no so niente, signor . . .


ss