Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/671

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IL SERVITORE DI DUE PADRONI 613

Beatrice. Eccomi lesta.

Florindo. Quando cambierete voi quelle vesti?

Beatrice. Non istò bene vestita così?

Florindo. Non vedo l’ora di vedervi colla gonnella e col busto. La vostra bellezza non ha da essere soverchiamente coperta.

Beatrice. Orsù, vi aspetto dal signor Pantalone; fatevi accompagnare da Truffaldino.

Florindo. L’attendo ancora un poco; e se il banchiere non viene, ritornerà un’altra volta.

Beatrice. Mostratemi l’amor vostro nella vostra sollecitudine. (s’avvia per partire)

Truffaldino. (Comandela che resta a servir sto signor?) (piano a Beatrice, accennando Florindo)

Beatrice. (Sì, lo accompagnerai dal signor Pantalone).

Truffaldino. (E da quella strada lo servirò, perchè non gh’è Pasqual). (come sopra)

Beatrice. Servilo, mi farai cosa grata. (Lo amo più di me stessa). (da sè, e parte)

SCENA XII.

Florindo e Truffaldino.

Truffaldino. Tolì, nol se vede. El patron se veste, el va fora de casa, e noi se vede.

Florindo. Di chi parli?

Truffaldino. De Pasqual. Ghe voio ben, l’è me amigo, ma l’è un poltron. Mi son un servitor che valo per do.

Florindo. Vienmi a vestire. Frattanto verrà il banchiere.

Truffaldino. Sior padron, sento che Vussioria ha d’andar in casa de sior Pantalon.

Florindo. Ebbene, che vorresti tu dire?

Truffaldino. Vorria pregarlo de una grazia.

Florindo. Sì, te lo meriti davvero per i tuoi buoni portamenti.

Truffaldino. Se è nato qualcossa, la sa che l’è stà Pasqual.

Florindo. Ma dov’è questo maledetto Pasquale? Non si può vedere?