Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/677

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IL SERVITORE DI DUE PADRONI 619

Clarice. (Sì, cara Smeraldina, lo farò volentieri; subito che potrò parlare a Beatrice con libertà, lo farò certamente). (torna al suo posto)

Pantalone. Cossa xe sti gran secreti? (a Clarice)

Clarice. Niente signore. Mi diceva una cosa.

Silvio. (Posso saperla io?) (piano a Clarice) Clarice. (Gran curiosità! E poi diranno di noi altre donne). (da sè)

SCENA ULTIMA.

Florindo, Truffaldino, e detti.

Florindo. Servitor umilissimo di lor signori. (tutti lo salutano) È ella il padrone di casa? (a Pantalone)

Pantalone. Per servirla.

Florindo. Permetta ch’io abbia l’onore di dedicarle la mia servitù, scortato a farlo dalla signora Beatrice di cui, siccome di me, note gli saranno le vicende passate.

Pantalone. Me consolo de conoscerla e de reverirla, e me consolo de cuor delle so contentezze.

Florindo. La signora Beatrice deve esser mia sposa, e se voi non isdegnate onorarci, sarete pronubo delle nostre nozze.

Pantalone. Quel che s’ha da far, che el se fazza subito. Le se daga la man.

Florindo. Son pronto, signora Beatrice.

Beatrice. Eccola, signor Florindo.

Smeraldina. (Eh, non si fanno pregare). (da sè)

Pantalone. Faremo pò el saldo dei nostri conti. Le giusta le so partie, che pò giusteremo le nostre.

Clarice. Amica, me ne consolo. (a Beatrice)

Beatrice. Ed io di cuore con voi. (a Clarice)

Silvio. Signore, mi riconoscete voi? (a Florindo)

Florindo. Sì, vi riconosco; siete quello che voleva fare un duello.

Silvio. Anzi l’ho fatto per mio malanno. Ecco chi mi ha disarmato e poco meno che ucciso. (accennando Beatrice)

Beatrice. Potete dire chi vi ha donato la vita. (a Silvio)