Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/678

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620 ATTO TERZO

Silvio. Sì, è vero.

Clarice. In grazia mia però. (a Silvio)

Silvio. E verissimo.

Pantalone. Tutto xe giusta, tutto xe fenio.

Truffaldino. Manca el meggio, signori.

Pantalone. Cossa manca?

Truffaldino. Con so bona grazia, una parola. (a Florindo, tirandolo in disparte)

Florindo. (Che cosa vuoi?)

Truffaldino. (S’arrecordel cossa ch’el m’ha promesso?) (piano a Florindo)

Florindo. (Che cosa? Io non me ne ricordo). (piano a Truffaldino)

Truffaldino. (De domandar a sior Pantalon, Smeraldina per me muier?) (come sopra)

Florindo. (Sì, ora me ne sovviene. Lo faccio subito). (come sopra)

Truffaldino. (Anca mi, poveromo, che me metta all’onor del mondo).

Florindo. Signor Pantalone, benché sia questa la prima volta sola ch’io abbia l’onore di conoscervi, mi fo ardito di domandarvi una grazia.

Pantalone. La comandi pur. In quel che posso, la servirò.

Florindo. Il mio servitore bramerebbe per moglie la vostra cameriera; avreste voi difficoltà di accordargliela?

Smeraldina. (Oh bella! Un altro che mi vuole. Chi diavolo è? Almeno che lo conoscessi).

Pantalone. Per mi son contento. Cossa disela eia, patrona? (a Smeraldina) Smeraldina. Se potessi credere d’avere a star bene...

Pantalone. Xelo omo da qualcossa sto so servitor? (a Florindo)

Florindo. Per quel poco tempo ch’io l’ho meco, è fidato certo, e mi pare di abilità.

Clarice. Signor Florindo, voi mi avete prevenuta in una cosa che dovevo far io. Dovevo io proporre le nozze della mia cameriera per il servitore della signora Beatrice. Voi l’avete chiesta per il vostro; non occorr’altro.