Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, II.djvu/58

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52 ATTO SECONDO

Ottavio. Mia germana? (lo non ho mai avuto germane), (da sé)

Beatrice. E quando ella lo dice, non può esser che vero.

Ottavio. L’avete voi veduta questa mia germana?

Beatrice. Sì, l’ho veduta e le ho parlato.

Ottavio. Dove?

Beatrice. In questa istessa locanda.

Ottavio. (Che imbroglio è questo?) (da sé)

Beatrice. Però, pensateci bene. O risolvete di rendermi buona giustizia, o troverò chi saprà farmela a vostro malgrado, (parte)

SCENA IX.
Ottavio, poi Arlecchino.

Ottavio. Sono in una confusione grandissima. Che questa mia sorella fosse Eleonora, mia moglie?

Arlecchino. Oh apponto. Son qua a reverirla e a dirghe che la pellegrina l’aspetta.

Ottavio. Ma chi è questa pellegrina?

Arlecchino. La mia padrona.

Ottavio. Come si chiama? Non mi rispondete al solito con degli spropositi. Come ha nome?

Arlecchino. Non ve lo posso dir.

Ottavio. Ha detto che non me lo diciate?

Arlecchino. Giusto cussi.

Ottavio. Un zecchino sarebbe bastante a farmelo dire?

Arlecchino. Chi sa, se pol provar.

Ottavio. Eccolo. Proviamo. (dà un zecchino ad Arlecchino)

Arlecchino. La gh’ha nome Eleonora.

Ottavio. (Povero me!) (da sé)

Arlecchino. Vienlo in camera?

Ottavio. Ditele che ora vengo.

Arlecchino. Vorlo saver altro?

Ottavio. Mi basta così.

Arlecchino. (A forza de zecchini, mi digo tutto). (da sé, e parte)