Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/101

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Lelio. Sarei temerario, se non approvassi tutto ciò che di me dispone mio padre.

Pancrazio. O bene: così mi piace. Eh! Amici, venite avanti. (verso la scena)

Geronio. Sono sbirri?

Pancrazio. Non sono sbirri. Son galantuomini, che m’hanno aiutato per servizio e per carità. Non ho voluto domandare il braccio della giustizia, perchè trattandosi di figliuoli, anco il padre, se ha giudizio e prudenza, può essere giudice e castigarli.

SCENA XIX.

ROSAURA, FloRINDO e FIAMMETTA con uomini armati, e detti, e Ottavio.

Geronio. Ah disgraziata, sei qui, eh? (cerso Rosaura)

Pancrazio. Zitto, fermatevi e ricordatevi del vostro impegno.

Geronio. Sì, fate voi.

Pancrazio. Signora Rosaura, il suo signor padre si è spogliato della autorità paterna, e ne ha investito me; onde adesso io sono il suo padre e sono nell’istesso tempo suo giudice, e a me tocca a disporre della sua persona, e castigarla di quel fallo che disonora la sua famiglia. Giudice e padre sono anco di te, indegnissimo figlio, reo convinto di più delitti, reo d’una vita pessima, scandalosa, reo del furto de’ trecento scudi, reo d’aver condotta via della casa paterna una ragazza onesta, e reo infine d’aver sedotto una povera serva. Signori miei, in che stato sono le vostre cose? (a Floùndo e a Rosaura)

Florindo. Io non v’intendo.

Rosaura. Io non vi capisco.

Pancrazio. Poveri innocentini! Parlerò più chiaro. Che impegno cone tra voi due? Siete voi promessi? Siete sposati? Siete maritati? Che cosa siete?

Florindo. Ho promesso di sposarla.

Fiammetta. Ha promesso anche a me.

Pancrazio. Taci tu, che farai bene; e consolati che devi fare