Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/103

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Rosaura. Statemi lontano per sempre, e volesse il cielo che non v’avessi mai conosciuto.

Pancrazio. Come, come? E stato forse il maestro che vi ha sedotta?

Rosaura. Io stava con mia zia in buona pace, quieta e contenta, quando è venuto costui con dolci parole ed affettate maniere a turbarmi lo spirito ed invogliarmi del mondo e farmi odiare la solitudine. Per sua suggestione ho tormentato mio padre, acciocché mi ritornasse alla casa paterna. Le sue lezioni mi hanno invaghita del matrimonio: per sua cagione ho conosciuto il signor Florindo; da lui ritrovata di notte, sono stata in procinto di precipitarmi per sempre. Pazienza! Anderò a chiudermi nella mia stanza; ma non è giusto che vada impunito il perfido seduttore, l’indegno e scellerato impostore.

Ottavio. Pazienza! Sono calunniato.

Florindo. No, non è di ragione che, se noi proviamo il castigo, quel perfido canti il trionfo. Egli è quello che invece di darmi delle buone lezioni, m’insegnava scrivere le lettere amorose. Egli mi ha condotto a giuocare; egli mi ha introdotto in casa di queste buone ragazze; mi ha egli assistito al furto de’ trecento scudi, ed è opera sua il cambio della cenere colle monete.

Ottavio. Pazienza! Sono calunniato. Fiammetta, lo pure, povera sventurata, sono in queste disgrazie per sua cagione. Egli mi ha consigliata a sposare il signor Florindo, e per prezzo della sua mediazione mi ha cavati dal braccio gli smanigli d’oro.

Ottavio. Pazienza!...

Pancrazio. Pazienza gli stivali. Uomo iniquo, indegno, scellerato. Con voi non posso esser giudice, perchè non vi son padre. Anderete al vostro foro, e il vostro giudice vi castigherà.

SCENA XX.

Trastullo e detti.

Trastullo. Signor padrone, una parola.

Pancrazio. Che c’è?