Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/104

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Geronio. Che cosa v’è di nuovo?

Trastullo. Sono qua gli sbirri, se ve ne è bisogno.

Geronio. Dove sono?

Trastullo. Sono in istrada.

Geronio. Venite con me. (a Trastullo) Ora tomo. (a Pancrazio, e parte con Trastullo)

Ottavio. (Mi par che il tempo si vada oscurando). (da sé)

Pancrazio. Si può dare un uomo più indegno, più scellerato di voi? Vi confido due figliuoli e voi me li assassinate. Il povero Lelio sempre strapazzato e calunniato; Florindo sedotto e precipitato; dove avete la coscienza?

SCENA XXI.

Geronio e detti..

Geronio. Signor Ottavio, mi favorisca d’andarsene di questa casa.

Ottavio. Ma, signore, cosi mi discacciate? Sono un galantuomo.

Geronio. Siete una birba, siete un briccone. Presto, andate fuori di questa casa.

Ottavio. Vi dico, signore, che parliate bene.

Geronio. Signor Pancrazio, fatemi il piacere; fatelo cacciar via per forza dalla vostra gente.

Pancrazio. Sibbene, scacciatelo via di qua; meriterebbe, invece di scender le scale, di esser gettato dalle finestre.

Ottavio. No, no, non v’incomodate. Anderò via, anderò via. (Mi sento la galera alle spalle, solito fine di chi vive come ho vissuto io). (da sé, parte)

Pancrazio. Mi dispiace che quell’iniquo resti senza castigo.

SCENA XXII.

Trastullo e detti.

Trastullo. Il colpo è fatto: il signor maestro è in trappola. Lo conducono in carcere.

Geronio. Meritamente.