Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/126

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SCENA IX.

Arlecchino e detta.

Arlecchino. Chi è? Chi me voi? Chi me chiama? Chi me cerca? Chi me rompe la testa?

Colombina. Via, non andate in collera, mio caro Arlecchino, son io che vi chiémio.

Arlecchino. Oh, quando a sì vu, son qua, comandème. Per vu, no solo me leveria da letto, ma anderia anca a letto, se bisognasse.

Colombina. Fatemi un piacere, tenete questo ferro, portatelo in cucina; ponetelo nel foco, e recatemi l’altro, che sia rovente.

Arlecchino. Subito; volentiera. (prende il ferro e si scotta) Ahi! Corpo del diavolo, questo l’ è un tradimento.

Colombina. No, caro, avete sbagliato....

Arlecchino. I me l’ha dito che le donne o che le tenze, o che le scotta.

Colombina. Bisognava prenderlo per il manico.

Arlecchino. Brusarme una man? L’ è una finezza de casa del diavolo.

Colombina. Ma io non credeva....

Arlecchino. Le donne son tante diavole, no me maravei se le scotta.

Colombina. Io non l’ho fatto apposta.

Arlecchino. Cagna, sassina, no basta che m’avi brusà el cor, me voli anca brusar i dei.

Colombina. Caro il mio Arlecchino, vi giuro, non l’ho fatto apposta; se prendete il ferro da questo lato, non è niente.

Arlecchino. Per de là non è niente?

Colombina. No, certamente. Fatemi il piacere, portate via questo e recatemi l’altro.

Arlecchino. Eh furba! Me voli brusar.

Colombina. Non farei un’azion simile per tutto l’oro del mondo. Venite qui, provate.

Arlecchino. (Accosta la mano al manico e per opinione grida) Ahi!