Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/125

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SCENA Vili.

Camera di Beatrice con tavolino e sedie. Colombina, che sta stirando camicie.

Colombina. Presto, presto; bisogna stendere questa camicia, altrimenti la signora padrona va sulle furie. Basta dire che sia pel suo caro Florindo. Se fosse per il signor Lelio, non gliene importerebbe, anzi mi saprebbe impiegar in altro, per distormi dal compiacerlo. Queste matrigne non possono vedere i figliastri. Amano sol^amente i propri figli, e per migliorare la condizione di questi,’ tentano ogni strada per iscreditare gli altri. Il signor Lelio è allegro, è brioso, ma è di buona indole e di buon cuore, e chi sente lei, è un discolo, è poco di buono. All’incontro il signor Florindo è un guardabasso, simulatore e vizioso, ed ella lo fa passare per un colombino innocente. Il padrone è un uomo giusto, ma quella peste della padrona bada sempre a stordirlo; gli fa credere quel che non è, ed egli alcune volte mortifica senza ragione il buono, ed accarezza contro giustizia il cattivo, lo ho una rabbia di ciò, che mi sento a crepare, e non posso dir nulla; che se parlo, povera me! Quel Florindo non lo posso vedere; mi viene intorno a fare il galante, e la signora padrona lo vede, lo sa, e se ne ride, ma io non son di quelle cameriere, che servono ad alcune padrone per tenere i figliuoli m casa, acciò non periscano fuori di casa. Questo ferro è poco caldo, anderei a prender l’altro, ma in cucina non vi voglio andare. Quei servitori son tanto impertinenti, che non si possono soffrire. Maledetti! mi dicono parole che mi fanno tutta vergognare; e qualche volta allungano le mani. Ancora mi duole quel pizzicotto che mi ha dato il cuoco. Chiamerò Arlecchino; egli è il più sciocco, ma il più castigato. Ehi, Arlecchino.