Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/130

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Colombina. Insolente. (gli dà col ferro su le dita)

Florindo. Ahi, mi avete rovinato. Ahi m’avete abbruciato. Ahi che dolore, ahi!

SCENA XIII.
Beatrice e detti.

Beatrice. Cos’è? Cos’è stato? Che hai, anima mia, cosa ti è accaduto?

Florindo. Quella cagna di Colombina col ferro rovente mi ha scottate le dita; mirate la pelle; ahi che dolore!

Beatrice. Ah disgraziata, ah indegna, perchè hai fatto tu questo male al povero mio Florindo?

Colombina. Signora, io non ho fatto apposta.

Florindo. Via, non l’averà fatto apposta, vi vuol pazienza.

Beatrice. Ma voglio sapere come e perchè l’hai fatto.

Colombina. Se volete sapere, ve lo dirò. Questo vostro signor figliuolo è troppo immodesto.

Beatrice. Perchè immodesto? Cosa ti ha fatto?

Colombina. Mi vien sempre d’intorno; mi tocca le mani; mi dice delle brutte parole.

Beatrice. Guardate che schizzinosa! Non vuole che la tocchino; non vuole che le parlino. Presto, va a prendere dell’aceto, che voglio bagnar le dita a questo povero figliuolo. Presto, dico, che ti caschi la testa.

Colombina. Vado, vado. (Che bella madre!) (parte)

Beatrice. Sei andato per toccarla; ed ella ti ha colpito col ferro.

Florindo. Signora sì.

Beatrice. Non ti vuole d’intorno costei?

Florindo. Non mi può vedere.

Beatrice. Lascia, lascia, ne troveremo un’altra. (Poverino! Non va quasi mai fuori di casa; se non si divertisce colla servitù, con chi si ha da divertire?) (da sè)

Florindo. Non vorrei che la mandaste via, signora madre.

Beatrice. No? Perchè?