Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/131

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Florindo. Perchè, per dirvela mi stende tanto bene le camicie....

Beatrice. Eh bricconcello, ti conosco. Abbi giudizio veh, abbi giudizio. (E giovine, povero ragazzo, lo compatisco). (da sé)

Colombina. Eccolo l’aceto. (toma con un vaso d’aceto)

Beatrice. Via, bagnagli quella mano. Se hai fatto il male, applica tu il rimedio.

Colombina. Ma io non so fare.

Beatrice. Guardate, poverina! Non sa fare. Ci vuol tanta fatica. Si prende la sua mano con questa, e con quest’altra gli si versa r aceto sopra.’

Florindo. Fate cosi, fate presto. Ahi che dolore!

Beatrice. Ahi poverino! presto.

Colombina. Sia maledetto, se non so fare.

Beatrice. Or ora ti do uno schiaffo.

Colombina. Oh pazienza, pazienza! Eccomi, come ho da fare )

Florindo. Così, prendi questa mano.

Colombina. Così?

Florindo. Così.

SCENA XV.

Pantalone e detti.

Pantalone. Coss’ è? coss’ è sto sussurro?

Beatrice. Questo impertinente non se ne vuol andare da questa camera. Per quanto io procuri di tener serrata quella buona ragazza di Colombina, Leho la perseguita.

Pantalone. Come! Sto poco respetto a la casa, a to mare, a mi, che ti sa che t’ho proibio de parlar co le donne?

Lelio. Ma questa, signor padre....

Pantalone. Via, tasi là, tocco de desgrazià. E ti, Florindo, cossa fastu per man della cameriera?

Lelio. Egli, egli, e non io....