Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/135

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SCENA XVIII.


Rosaura. Sorella carissima, non sapete cosa sia matrimonio.

Eleonora. Certo che io non lo so. E voi lo sapete?

Rosaura. Se lo so? troppo lo so! Il ciel me ne liberi.

Eleonora. Ma che gran male è il matrimonio?

Rosaura. Vi par poco per una donna esser soggetta all’arbitrio d’un uomo? Non sapete quanti spasimi costino i figli; quanto sudor l’allevarli; quanto tormento il perderli?

Eleonora. Cappjtri, signora sorella, voi ne sapete molto più di me. Chi vi ha fatte queste belle lezioni? La signora zia o il signor Ottavio?

Rosaura. Ne l’una, ne l’altro. Per non stare in ozio, si leggono de’ buoni libri, e da quelli s’impara qualche cosa, per saper vivere. El-EONORA. Io non leggo tanti libri; io non imparo tante belle cose. Vivo onestamente, obbedisco mio padre; e se egli mi vorrà maritare, non cercherò niente di più.

SCENA XIX.


Ottavio. Signora Rosaura, che cosa avete letto di bello?

Rosaura. Tiratevi un poco più in là.

Ottavio. Perchè? Io non vi tocco.

Rosaura. Non voglio sentir dell’uomo nemmeno il fiato. Tiratevi in là.

Ottavio. Eh, signor Florindo, tiratevi in qua. Badate bene che la signora Eleonora non senta il fiato. El£ONORA. Il fiato non fa male, ma le parole e gli sguardi.

Rosaura. Cosa son questi sguardi? Eh mondo! mondo! Tiratevi in là.