Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/151

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Pantalone. Via mo, cossa xe sta?

Ottavio. Siccome a sentir questa conclusione vi era una gran folla di gente, nell’uscir dalla porta gli è stata rubata la spada d’argento.

Pantalone. Bella da galantomo! E vu ghe bade cussi pulito?

Ottavio. Ah signor, è stato un caso terribile; non me lo sarei mai creduto. Anche a me, pover uomo, han rubato l’orologio.

Pantalone. Gh’ho a caro. Cussi imparerè a menar i fioi in te la folla.

Ottavio. Avete ragione, mortificatemi, non so che dire. La spada a Florindo la ricomprerete, ma a me l’orologio chi me lo pagherà? Se il signor Pantalone avesse carità di me....

Pantalone. Diseme, caro vu, Florindo l’aveu mena in altri lioghi?

Ottavio. No certamente.

Pantalone. Xelo sempre sta con vu?

Ottavio. Sempre.

Pantalone. No sé passai da la casa del dottor Balanzoni?

Ottavio. Non so né meno dove stia.

Pantalone. E pur me xe sta dito, che stamattina Florindo sia sta in quella casa.

Ottavio. Uh! male lingue. Non si è mai partito dal mio fianco.

Pantalone. Vardé ben, no me disé busie.

Ottavio. Io dirvi bugie? Cielo, cielo, cosa mi tocca sentire.

Pantalone. EI me xe sta dito, ma poi esser che noi sia vero. No crederave.

Ottavio. Oh signore, fidatevi della mia educazione, della mia vigilanza.

Pantalone. Me fido, ma no son contento. Lelio xe grando, poi esser che lo marida, e Florindo lo voi mandar in collegio.

Ottavio. Signore, il collegio è bello e buono, ma l’educazione in casa è sempre migliore dei collegi; è vero che imparano qualche cosa che risguarda le scienze, ma niente imparano del civile costume. I collegiali s’avanzano fra di loro a trattarsi troppo familiarmente, e quando escono del loro ritiro, se vanno in un