Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/161

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farete fare delle bestialità. Meglio è che io vada, per non precipitcure. Lelio è causa di tutto e Lelio me la pagherà. (parte)

Florindo. Caro signor padre, io non ne ho colpa.

Pantalone. Eh, sior fia mia (’), a so tempo la discorreremo.

SCENA XVII (2).

Brighella e detti, poi Tiburzio.

Brighella. Sior paron, l’ è qua el sior Tiburzio che ghe voria parlar.

Pantalone. Diseghe che semo a tola, ma se el voi vegnir, l’ è paron.

Brighella. La sarà servida. (parte)

Lelio. Questo signor Tiburzio potrebbe ritornare.

Pantalone. Perchè mo l’avemio da far tornar? Za che se gh’ha i bezzi, dargheli, e no far co fa quelli che gh’ha gusto de vederse tutto el zorno la zente a batter a la porta. La pontualità mantien el credito; e un omo pontual in ti so bisogni el trova chi lo soccorre.

Tiburzio. Perdonate, signor Pantalone; se credeva che foste a tavola, non veniva.

Pantalone. Gnente. Deghe una carega.

Tiburzio. Per dirvela, ho fretta. Se ora non potete favorirmi, piuttosto ritornerò.

Pantalone. Sior no, no vogio darve st’incomodo. El mio debito quanto xelo?

Tiburzio. Quattrocento scudi. Ecco il conto.

Pantalone. Va ben quattrocento scudi; l’ho incontra anca mi. Va là, Lelio, va in camera e tiol quel sacchetto dei trecento scudi e portelo qua. Tiò la chiave.

Lelio. Vado subito.

Tiburzio. Mi dispiace il suo incomodo. (a Lelio)

Lelio. Per dirla, è un poco di seccatura. (da sé e parte (I) Cosi nel te»to bettinelliano: e così nell’ediz. Savioli (Venezia. 1772), che sola lo riprodusse. (2) Corrisponde alla se. XV’I delle edd. Pasquali. Zaita ecc.