Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/173

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Eleonora. E intanto dovrebbe star qui con noi?

Rosaura. L’aspetterà nello studio.

Eleonora. Orsù, non gli voglio aprire, aspetti in strada.

Rosaura. Ora che mi sovviene, sapete cosa vorrà? Vorrà veder suo fratello.

Eleonora. Bene, aspetti, che lo vedrà.

Rosaura. No, no, non bisogna farlo aspettare. Se vuol vedere suo fratello, noi non lo dobbiamo impedire.

Eleonora. Poco può tardar nostro padre a venire a casa.

Rosaura. Bella carità! impedire che non venga a consolare suo fratello, lo non ho core di soffrire una simile crudeltà. Voglio aprirgli; voglio che venga.

Eleonora. Fate ciò che volete. Mi basta non averlo fatt’io.

Rosaura. Ehi signor Flonndo, venga, venga, (alla finestra) Salisca, che l’uscio è aperto. (tira la corda)

Eleonora. Che dirà il signor padre, se lo trova con noi?

Rosaura. Oh, facciamo una cosa da giovani savie e prudenti. Ritiriamoci nelle nostre camere, e lasciamo che il signor Florindo possa parlare con suo fratello.

Eleonora. Questo sarà il minor male; andiamo. (parte)

Rosaura. La compagnia di mia sorella disturba i miei disegni. Tornerò a miglior tempo. (parte

SCENA Vili.

Camera in casa di Pantalone.

Colombina. In questa casa non si può più vivere. La padrona è cambiata. Il padrone va sulle furie, ed io quanto prima m’aspetto a ridosso un qualche grosso malanno. Il signor Florindo mi aveva quasi quasi lusingata colle sue belle parole, ma la conclusione è stata, che quel birbone del maestro mi ha portati via gli smanigli.