Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/242

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Eleonora. Senti cosa mi scrive mio marito, (a Colombina 0)) Consorte amatissima.

Colombina. Egli poi vi ha sempre voluto bene.

Eleonora. Oimè!... La febbre tuttora mi tormenta.

Colombina. Ha la febbre?

Eleonora. Lo senti? Pasquino non ha detto il vero. Presto, va per Pasquino e fallo venir qui.

Colombina. Vado subito; ma avvertite, non gli deste indietro i cinquanta scudi. (parte)

Eleonora. Oggi e il sesto giorno ch’io peno (2) coricato nel letto. Sono senza amici, senza assistenza e senza denaro per comprarmi un pollo da fare il brodo. Spedisco il servo, sperando che la vostra pietà non mi lascerà senza qualche soccorso, se non altro colla vendita di qualche cosa men necessaria al vostro bisogno. Non parlo d’interessi, perchè a questi ora non penso. Desidero notizie della vostra salute e sono. Oh me infelice! Che sento! Pasqumo perchè ingannarmi col farmi credere in buona salute il povero mio consorte? Ah! qui vi è qualche inganno; il cuore me lo presagiva. Da chi mai può essermi questo denaro somministrato? Oimè, Pasquino non toma. Basta, la maniera con cui lo ricevo, a niente mi obbliga, e lo riterrò francamente come una provvidenza del cielo. Colombina. (chiama

SCENA V.

Colombina, Balestra e detta.

Eleonora. Pasquino dov’ è?

Colombina. Pasquino, signora, non so per qual cagione è fuggito. Quella lettera l’ha sconcertato. Ma state allegramente. Questo galantuomo vi reca buone nuove del signor don Roberto.

Balestra. Si signora, vengo per parte del mio padrone a riverirla e ad assicurarla che il signor don Roberto sta meglio assai di salute. (I) Bett. e Sav.: legge forte la lellera. (2) Beli, e Sav.; che io ionn.