Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/251

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Eleonora. Ahimè! Crescono fieramente i turbamenti del mio cuore. No, no, don Rodrigo non giunga mai a scoprire l’interna guerra cagionata dal di lui merito nel mio seno. Mi servano di regola e di sistema le belle massime da lui proposte per la più onesta e virtuosa conversazione. Benché per altro è molto diverso il meditare dall’eseguire; e molte belle e prudenti cose per facili altrui si vanno insinuando, le quali poi dure e difficilissime riescono non solo a chi le apprende, ma a chi le insegna. (parte

SCENA Vili.

Strada. Don Flaminio e Balestra.

Flaminio. Ma che vuoi tu ch’io dica di don Roberto? Che so io come stia? Se sia vivo o se sia crepato?

Balestra. Questo le ha da servire per introduzione. Si ricordi quello che le ho detto. Da Pasquino ho rilevato quanto basta e l’ho informata di tutte le circostanze che possono autenticare l’invenzione. Vada (’) francamente a visitarla e quando è là, s’ingegni. Si ricordi che in amore vi vuole audacia. (parte

SCENA IX.

Don Flaminio e poi Anselmo.

Flaminio. Sì, cercherò il fortunato momento in cui presentare mi possa a donna Eleonora.

Anselmo. (Ecco qui quella buona pezza del signor don Flciminio). (da sé)

Flaminio. Oh signor Anselmo, di voi appunto andava in traccia.

Anselmo. Ed io andava in traccia di lei.

Flaminio. Avrei bisogno di una partita di cere.

Anselmo. Ed io avrei necessità che mi saldasse il conto vecchio. (I) Ben. e Sav.: Qaata sera, verso la mezz’ora di notte, vada ecc. r