Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/29

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IL PADRE DI FAMIGLIA 21


Florindo. Per dirvela, stava scrivendo una lettera amorosa.

Ottavio. Una lettera amorosa? Ah gioventù, gioventù! Basta, è a fin di bene o a fin di male?

Florindo. Oh! a fin di bene.

Ottavio. Via, quand’è così, si può concedere: vediamola, (la prende)

Florindo. Vorrei che dove sta male, la correggeste.

Ottavio. Si figliuolo mio, la correggerò. (legge piano) Oh! il principio non va male.

Lelio. Signor maestro, ho incontrato una difficoltà, che senza il vostro aiuto non la so risolvere.

Ottavio. Ora non vi posso badare. Sto rivedendo la lezione di Florindo.

Lelio. Convertire le lire di banco di Venezia in scudi di banco di Genova con l’aggio e sopr’aggio, a ragguaglio delle due piazze, non è cosa ch’io sappia fare.

Ottavio. Questo sentimento potrebbe essere un poco più tenero. Qui dove dice: siete da me amata, vi potreste aggiungere: con tutto il cuore.

Florindo. Bravo, bravo, date qui.

Lelio. Signor maestro, voi non mi badate?

Ottavio. Bado a vostro fratello. Vedete: appena gli suggerisco una cosa, ei la fa subito. Ha la più bella mente del mondo.

Lelio. Ed io sudo come una bestia. Voler che impari, senza insegnarmi? Questa è una scuola di casa del diavolo.

Florindo. E il resto della lettera vi par che vada bene?

Ottavio. Sì, va benissimo; ma aggiungetevi nella sottoscrizione: fedelissimo sino alla morte.

Florindo. Sì sì, bene, bene: sino alla morte.

SCENA II.
Beatrice e detti.

Beatrice. Via, via, basta così, non ti affaticar tanto, caro il mio Florindo: ti ammalerai, se starai tanto applicato. Signor maestro, ve l’ho detto, non voglio che s’ammazzi: il troppo studio fa impazzire. Levati, levati da quel tavolino.